Ecco il primo ETF PIR obbligazionario, da Lyxor ETF


A un anno dal lancio del primo PIR, prodotto nato per attirare capitale verso le PMI italiane e finanziare quindi i loro progetti di sviluppo, si evince come i numeri confermino un notevole successo, considerando le stime iniziali che si aggiravano attorno ai due miliardi di euro di raccolta. Ebbene, in un anno, tale raccolta è stata di 11 miliardi (Fonte: MEF, 09/02/2018), pari a oltre il 10% dei dati netti dell’intera industria del risparmio gestito in Italia (Fonte: Assogestioni, Mappa mensile del Risparmio Gestito, dicembre 2017).

In un contesto in cui gli investimenti PIR continuano a guadagnare terreno, Lyxor ETF ha colto occasione per annunciare il lancio del primo ETF PIR obbligazionario in Italia. Lunedì 26 febbraio 2018, infatti, la società francese quoterà su Borsa Italiana il Lyxor Italia Bond PIR UCITS ETF, con l’obiettivo di colmare la “lacuna” che l’offerta di strumenti PIR presenta ad oggi, ovvero la concentrazione di questo strumento solo su prodotti azionari e bilanciati, nonostante l’interesse storicamente forte per l’asset class obbligazionaria in Italia.

A spiegare le caratteristiche del nuovo e innovativo prodotto è Marcello Chelli, referente per i Lyxor ETF in Italia: “Il nuovo ETF ha la particolarità di investire in un portafoglio obbligazionario (esposizione azionaria nulla), con una modified duration media quasi nulla (0,4) per limitare l’esposizione al rischio di rialzo dei tassi”, afferma il manager. Con un costo totale annuo di 0,49%, l’ETF è a replica fisica, e investe per il 25% in obbligazioni di società a piccola e media capitalizzazione italiane e di UE/SEE (con stabile organizzazione in Italia), per il 50% in obbligazioni di società ad elevata capitalizzazione italiane e di UE/SEE (con stabile organizzazione in Italia) e per il 25% in Titoli di Stato dell’Eurozona.

L’esperto spiega poi come, nella costruzione del prodotto, dalla casa abbiano evitato il rischio di creare un ETF a basso rating e a bassa liquidità, che si limiti quindi solo agli investitori con una maggiore propensione al rischio. Ma vi sono anche altri filtri di selezione, reputati da Chelli come “molto severi onde evitare problemi sul mercato secondario”: ammontare pari a 500 milioni di euro; rating minimo BB; tempo a scadenza da 1 a 11 anni; liquidità del mercato secondario (valutato con broker e piattaforme). La copertura è precisa, in quanto avviene su tre punti della curva, e prevede i tre future del mercato tedesco Eurex su titoli di Stato tedeschi: Bund a 10 anni; Bolb a 5 anni; Schatz a 2 anni.

“Questo ETF si rivolge a gestori e investitori che, a fronte di un contesto di mercato mutato, non desiderano esporsi né al rischio azionario né al rischio di rialzo dei tassi. In particolare, dopo un 2017 dominato dall’offerta dei fondi PIR, ci attendiamo che il 2018 sia l’anno delle Unit Linked PIR, che dovrebbero beneficiare della semplicità di utilizzo degli ETF PIR”, afferma Chelli, che aggiunge, “Ho una visione molto positiva per l’industria degli ETF e per Lyxor nel 2018. L’attenzione sui costi posta dalla MiFID II indurrà a realizzare soluzioni di investimento sempre più basate su strumenti a basso costo come gli ETF”.

A fare eco a Chelli sul tema PIR è Gianluca Parenti, partner di Intermonte, una delle realtà italiane maggiormente specializzate nell’universo delle smid cap. L’esperto evidenzia infatti come i Piani individuali di risparmio rappresentino un “game changer” per il mercato, spiegando cosa sia effettivamente successo nel corso del 2017. Entrando nel dettaglio, Parenti ha evidenziato come gli inflow totali dei PIR dello scorso anno ammontino a circa 10,8 miliardi di euro, con i fondi bilanciati a fare da padroni nelle asset class con il 57% dei flussi in entrata, contro il 23% dei flessibili, 19% degli azionari e l’1% degli obbligazionari. Parenti vede quindi tali strumenti come “Un’opportunità per l’industria del risparmio gestito”, fungendo da importante generatore di liquidità per i mercati, da catalyst per le medie e piccole imprese italiane, e quindi un’opportunità alle stesse per quotarsi.

D’altronde, confrontando le esperienze estere di Francia (introdotti nel 1992), Regno Unito (1999) e Canada (2009), i risultati sono notevoli. Nel 2016, infatti, il valore di mercato di questi strumenti nei suddetti Paesi erano rispettivamente pari a 120 miliardi di euro, 518 miliardi di sterline e 150 miliardi di dollari. E perché no? Magari anche l’Italia riuscirà a giovarne nel breve futuro.

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