Doccia gelata dai dati ISM in USA


Contributo a cura di Carla Venesio, responsabile Divisione Private Banking e Wealth Management di Banca del Piemonte.

La settimana che si sta per concludere senza dubbio certifica che i dati macro USA hanno improvvisamente girato in negativo. Il primo allarme è arrivato con la pubblicazione dell’ISM manufacturing di settembre (47.8 da precedente 49.1 e vs attese per rimbalzo a 50), che ha clamorosamente deluso le attese, marcando il minimo da giugno 2009. I dettagli confermano la debolezza, con i new orders che restano in contrazione a 47.3, e gli export orders che segnano un minimo, perdendo altri 2.3 punti a 41.0.

In generale si tratta di constatare che il manifatturiero USA è stato intaccato dalla debolezza di quello globale, e fornisce un’indicazione che la situazione è assai più deteriorata di quanto ritenuto. Dopo l'ISM manufacturing è stata la volta di quello non manufacturing che giovedì è terminato sotto la peggiore delle 66 stime raccolte da Bloomberg (53.8 il worst case tanto per dare un’idea). L'indagine sul settore dei servizi ha infatti deluso clamorosamente (52.6 da 56.4 e vs attese per 55), calando di 3.8 punti, ai minimi da agosto 2016. La debolezza è ben presente nei sottoindici, con i new orders in calo di 6.6 punti a 53.7 e l'employment in calo di 2.7 a 50.4.

Come già osservato per l’Eurozona abbiamo avuto la duplice conferma che anche in USA la debolezza del manifatturiero sta contagiando i servizi (85% dell’economia) e che l'economia americana non è più immune dal rallentamento globale. A dire il vero va detto che altre survey danno indicazioni meno negative: è il caso del PMI markit manifatturiero in rialzo a 51.1, massimo da aprile, così come di alcune “indagini” regionali dei distretti FED che, in aggregato, non confermano il disastro dell’ISM. Philadelphia, New York e Dallas in particolare continuano a mostrare espansione.

La reazione dei mercati è stata, come spesso accade, controintuitiva e dopo un paio di giorni di deciso calo (seguiti allo shock sul manifatturiero) giovedì pomeriggio hanno messo in atto un vistoso recupero. E qui come al solito la prima possibile spiegazione è da ricondursi all’attesa degli investitori che numeri così deboli stimolino una reazione da parte della FED. Le probabilità di tagli dei tassi (implicite nelle quotazioni dei futures) nei prossimi meeting sono subito salite a dimostrazione della situazione di dipendenza dei mercati da continui stimoli monetari. La seconda spiegazione è di natura più tecnica ed è da ricondursi al fatto che le discese dei giorni precedenti avevano portato l'indice nei pressi di un importante supporto (2850) per una perdita di oltre il 4% nello spazio di poco più di 2 sedute.

Mercati obbligazionari governativi

Qualcosa di importante sta succedendo nel mercato obbligazionario governativo. L’insuccesso di un’asta di JGB a 10 anni (bassa domanda rispetto al solito) ha portato alla luce la decisione della BOJ (Bank of Japan) di ridurre gli acquisti su quel tratto di curva ed addirittura indiscrezioni riportano la volontà di interromperli sulle scadenze superiori ai 25 anni. A ciò si aggiunga che il più grande fondo pensione al mondo, GPIF (Government Pension Investment Fund) con 1.5 trilioni $ di masse, ha deciso di non acquistare più titoli di stato giapponesi a questi tassi, prendendo in considerazione quale alternativa l’acquisto di debito estero con la copertura del cambio. Va quindi in scena sui mercati una sorta di scontro sul campo tra le intenzioni delle banche centrali e il quadro macro. Le banche centrali provano a limitare gli effetti collaterali delle manovre non convenzionali basate in alcuni casi (Giappone e Eurozona) sui tassi negativi con il chiaro obiettivo di far risalire i tassi a più lunga scadenza e cecare di risollevare le curve dei tassi per renderle più ripide. Si tratta di quello che di fatto sta cercando di fare per prima la BoJ e probabilmente anche la BCE (data la forte correlazione dei tassi fra le due aree).

Al momento però l’impatto delle decisioni della BoJ è stato bruscamente interrotto dall’evidenza della fase di rallentamento marcato che sta colpendo il comparto manifatturiero su scala globale, a partire dagli Usa con il campanello di allarme arrivato dall’indice ISM. Sono 4 pertanto i fattori da monitorare nelle prossime settimane: l’evoluzione della guerra commerciale (con l’alternanza delle dichiarazioni delle parti), le trimestrali Usa (l’avvento del “blackout period” porta alla sospensione delle operazioni di buyback in prossimità della pubblicazione dei risultati aziendali), l’evoluzione del mercato monetario Usa (FED impegnata ad arginare la volatilità dei tassi di funding a breve) ed infine gli esiti della riunione Fed del 30 ottobre (importante ai fini dell’immissione di liquidità nel sistema – QE flessibile e repo permanenti).

Italia e spread

Lo spread continua a consolidare l’area dei 140 bp. Qualora si volesse prendere profitto sui BTP e ridurre al tempo stesso la duration l’alternativa naturale potrebbero essere i CCT per provare a beneficiare di un eventuale ulteriore calo dello spread verso area 120 pb, oppure i BTP legati all’inflazione italiana il cui rendimento reale ha praticamente raggiunto quello nominale di fatto regalando eventuali sorprese positive sul fronte inflazionistico. +

In direzione del restringimento si possono citare tre catalyst: acquisti di fonte asiatica di BTP (ad esempio i flussi da parte del fondo pensione nipponico GPIF), il giudizio di S&P il 25 ottobre (possibile passaggio in watch positivo per un’eventuale transizione a neutral dell’outlook in attesa dell’approvazione definitiva della legge di bilancio) e partenza del QE della BCE dal 1 novembre. Un fattore di rischio che resta sempre sullo sfondo per questo scenario è rappresentato da un aggravamento del quadro macro italiano a seguito del rallentamento economico globale.

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