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Demografia, occupazione, crescita e pensioni: il futuro è già scritto?


Commento a cura di Michaela Camilleri, Area Previdenza e Finanza Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

È di pochi giorni fa l’ultimo monito dell’Ocse circa la sostenibilità del nostro sistema pensionistico. Secondo il Rapporto Working Better with Age, infatti, entro il 2050 potrebbero esserci più pensionati che lavoratori: sulla base degli attuali schemi pensionistici, l’Organizzazione stima che il numero di persone over 50 inattive o pensionate che dovranno essere sostenute dai lavoratori potrebbe aumentare di circa il 40%, arrivando nell'area Ocse a 58 su 100; in Italia nei prossimi trent’anni il rischio è di un rapporto uno a uno o addirittura di più over 50 fuori dal mondo del lavoro che lavoratori. Il che metterebbe quantomeno in discussione non solo la stabilità finanziaria del nostro attuale sistema di protezione sociale, ma anche l’adeguatezza delle prestazioni che è chiamato a garantire.

Alle previsioni dell’Ocse si aggiungono le ipotesi formulate dal Working Group on Ageing di cui si avvale l’Unione Europea (WGA) e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) che delineano un quadro per il nostro Paese tutt’altro che roseo. In questi scenari economici, la dinamica tendenziale della produttività, della crescita e dell’occupazione sono stimate sistematicamente al di sotto delle medie europee. E in una popolazione che invecchia, ancora una volta, il rapporto tra pensionati e occupati aumenta.

Ma le variabili alla base di queste previsioni come la demografia, il mercato del lavoro e, più in generale, lo sviluppo sono già tutte scritte? Lo scenario che ne deriva per l’Italia è per forza così grigio o esiste un’ipotesi di crescita alternativa? La nostra spesa pensionistica sarà davvero insostenibile in futuro? 

L'Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate "Sostenibilità della spesa per pensioni in un'ipotesi alternativa di sviluppo", curato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali e che sarà presentato il prossimo 13 novembre, propone una diversa chiave di lettura riguardo al futuro del nostro Paese in una prospettiva più ottimistica, individuando le aree di intervento sulla quali poter lavorare. Alla base dello studio la convinzione che sia necessario analizzare le proiezioni elaborate dagli organismi comunitari e internazionali per i prossimi decenni, esaminandone in maniera scientifica le ipotesi sottostanti, perché è da queste valutazioni della nostra economia e dalle raccomandazioni che ne derivano che dipendono le scelte strategiche in materia di welfare.

Le proiezioni demografiche, l’impalcatura sulla quale costruire il futuro

Nel 2045, secondo le ultime previsioni dell’Istat, si assisterà a una riduzione della popolazione, che dagli attuali 60,5 milioni scenderà a quota 59 milioni. Le ipotesi alla base di questo risultato sono le seguenti:

  • aumento dell’aspettativa di vita (da 80,6 a 84,2 anni per gli uomini e da 85 a 88,5 per le donne);
  • aumento della fecondità, da 1,34 a 1,53 figli per donna (seppure ancora lontano dall’obiettivo del 2,1 che garantirebbe un adeguato ricambio generazionale);
  • riduzione delle immigrazioni dall’estero, da 337 a 288 mila;
  • riduzione delle emigrazioni per l’estero, da 153 a 129 mila;

Tuttavia, quello presentato è lo scenario mediano, attorno al quale si amplia il cosiddetto “intervallo di confidenza” che misura l’incertezza per ciascuna delle componenti della struttura e della dinamica della popolazione. Se l’aumento dell’aspettativa di vita e la crescita della popolazione anziana sono parte solida delle previsioni, l’incertezza risulta invece dominante sulla stima della fecondità e sul saldo migratorio.

In altre parole, se da una parte, poco si può fare dal lato della crescita della popolazione anziana perché è l’esito meccanico dello spostamento della generazione dei boomers nelle fasce d’età più avanzate e, quindi, ci sono poche possibilità di agire sulla sua consistenza (si potrà piuttosto intervenire sulle condizioni di salute e sulla condizione attiva), dall’altra si aprono ampi margini di miglioramento dall’incertezza su ciò che sostiene in entrata la crescita della popolazione, ovvero nascite e flussi migratori. 

Dall’Osservatorio emerge dunque la necessità di immaginare adeguate politiche familiari e di conciliazione vita-lavoro per favorire l’aumento della natalità e una coerente gestione dei flussi migratori sulla base delle effettive esigenze economico-occupazionali del Paese. Insomma, sembrerebbero esserci spiragli alternativi al tanto prospettato declino demografico, ma solo se si sapranno combinare evoluzione demografica, quadro economico e mercato del lavoro.

Le prospettive occupazionali: le tendenze future per giovani, donne e anziani

Se assisteremo dunque a una riduzione della popolazione e, in particolare, dei soggetti in età di lavoro, sarà allora necessario mobilitare tutta la forza lavoro disponibile. E la “riserva inutilizzata”, come viene definita nell’Osservatorio, per rimpiazzare i lavoratori che accedono alla pensione appare molto ampia poiché è vasto il serbatoio di disoccupazione da cui potenzialmente attingere: giovani, donne e over 55 rappresentano le principali leve su cui si gioca questa possibilità.

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Fonte: Eurostat. Tabella 1 - Tassi di occupazione 2018

Nel caso dei giovani il rischio più grande è quello del mismatch tra domanda e offerta di lavoro, ossia il rischio che le competenze acquisite durante il percorso formativo scolastico non collimino con quelle effettivamente richieste dal mercato; per le donne, invece,la partita si gioca essenzialmente sulle politiche di conciliazione vita lavoro (orari degli asili nido allineati alle esigenze lavorative, smart working, flessibilità oraria, etc.); nel caso degli over 55 esiste già una crescita occupazionale, sostenuta indubbiamente dalla dinamica demografica e dalle riforme previdenziali che hanno innalzato l’età anagrafica e l’anzianità contributiva per il pensionamento, seppure il potenziale sia ancora molto ampio: flessibilità oraria, adeguata organizzazione del lavoro con redistribuzione dei compiti e carichi fisici agevolati, formazione continua per evitare l’obsolescenza delle competenze sono solo alcune delle possibili agevolazioni e incentivi a vantaggio di questa fascia di lavoratori (il tema peraltro è stato ben approfondito in un altro Osservatorio realizzato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali dal titolo "Lavoratori over 55 e active ageing).

Si apre allora all’Italia la possibilità di una crescita del tasso di occupazione, attraverso la capacità di riassorbire nel mercato del lavoro la citata riserva inutilizzata, ma solo se ci saranno riforme incisive sotto il profilo dell’istruzione e della formazione e politiche attive che garantiscano un orientamento e un accompagnamento efficace al collocamento e al ricollocamento.

Produttività e crescita dell’economia, serve più fiducia

In un contesto in cui la quantità di lavoro a disposizione si riduce, la produttività del lavoro assume un ruolo cruciale per la sostenibilità dell’invecchiamento della popolazione.

Le previsioni della dinamica del nostro PIL formulate dalla Ragioneria Generale dello Stato e dal WGA, prevedendo un’importante inversione del trend di crescita della produttività del lavoro, assumono che si creino le condizioni per far fronte alla riduzione e all’invecchiamento della popolazione senza perdite significative del benessere sinteticamente espresso dal PIL pro-capite. Eppure, dalla lettura delle considerazioni contenute nell’Osservatorio, sembrano esserci anche altri aspetti che potrebbero ulteriormente agire nella direzione di sostegno alla crescita della produttività del lavoro, come ad esempio gli incentivi all’aumento della dimensione media delle imprese, le riforme della giustizia civile, della sicurezza o della rete infrastrutturale. Riforme che nel complesso aiuterebbero a rendere più ottimistiche le citate proiezioni del PIL.

L’analisi dell’effetto combinato di tutti questi fattori e delle grandi potenzialità della componente demografica e della nostra economia (pur con tutti i correttivi e le aree di miglioramento su cui lavorare) pone basi scientifiche sulle quali innestare quantomeno una riflessione sulla complessità delle future politiche economiche nazionali, per ritrovare un nuovo clima di fiducia non solo nei confronti della sostenibilità del nostro sistema di protezione sociale ma anche, più in generale, sul livello di benessere del nostro Paese.

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