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Crisi in Turchia: punti chiave e conseguenze per gli investitori


La calma estiva sui mercati finanziari è stata interrotta da una nuova crisi sugli emergenti, questa volta ad innescare il fuoco è stata la Turchia. La lira turca ha toccato i minimi storici, a seguito dell’inasprimento delle tensioni poliche con gli Stati Uniti, e i mercati non sono convinti che Erdogan possa effettivamente contenere i problemi economici e finanziari del Paese.

Secondo Richard Jenkins, gestore emerging market debt di State Street Global Advisors “la recente turbolenza sottolinea una diminuzione della fiducia degli investitori nella capacità della Turchia di risolvere le proprie significative sfide fiscali. Il paese è rimasto bloccato in un circolo vizioso per anni: un'inflazione elevata e incontrollata, derivante dal perseguimento di una crescita economica alimentata dal credito, ma senza una risposta politica efficace da parte della banca centrale, priva di autonomia reale dal governo. Questo ha portato a una lira sempre più debole, facendo aumentare il tasso di inflazione. E se questo non è un fenomeno nuovo per la Turchia, i problemi interni del paese sono ora esacerbati da una serie di sfide esterne”.

Inoltre “La banca centrale turca sembra essere diventata più politicizzata; ad esempio, non ha intrapreso alcuna iniziativa nella sua ultima riunione di politica monetaria, nonostante l'indice dei prezzi al consumo avesse raggiunto il 15% e ci fossero segnali di ulteriori aumenti” aggiunge il gestore. “Per stabilizzare la lira, la leadership del Paese dovrà concentrarsi su una crescita più lenta, ridurre l'inflazione sotto il 10% e dare  indicazioni esplicite su come il paese prevede di gestire il conto corrente e le carenze di bilancio. Questi sono gli elementi chiave per rompere il circolo vizioso” spiega Jenkins.

Anche Delphine Arrighi, gestore di Old Mutual Global Investors sostiene che “Il peggioramento delle tensioni tra Stati Uniti e Turchia ha dato il colpo di grazia a una situazione economica già complessa, in cui il collasso della lira sta alimentando rapidamente le preoccupazioni di una ampia crisi valutaria e del debito, alla luce dell’elevato numero di titoli denominati in dollari nel settore privato”. “Un considerevole rialzo dei tassi, seguito da misure drastiche di consolidamento fiscale, continua a rappresentare l’opzione migliore per ri-stabilizzare la lira e salvare l’economia turca dal precipicio. Dubitiamo che la volontà politica in Turchia si stia muovendo in tale direzione, e quindi sarà necessario raggiungere un livello di crisi maggiore per spingere verso un’azione politica” aggiunge.

Per Paul McNamara, direttore degli investimenti per le strategie Emerging Markets di GAM Investments “ la Turchia presenta una combinazione tossica di posizioni esterne deboli (bilancia delle partite correnti in negativo), debito del settore privato troppo elevato e un alto livello di finanziamenti esteri nel sistema bancario. Tutto questo è stato reso evidente da un necessario rallentamento della domanda, andando a creare un problema di qualità degli asset all’interno delle banche”.

La reazione dei mercati

“Il tanto atteso discorso del Presidente Erdogan sul nuovo modello economico della Turchia ha finito per causare più danni sui mercati finanziari che suscitare sostegno. Non sono state annunciate nuove iniziative politiche. I mercati si aspettavano un aumento minimo del tasso di 300 Bps, ma il ministro del Tesoro e delle Finanze Berat Albayrak non è stato all'altezza delle aspettative del mercato” così commenta Aneeka Gupta, associate director di WisdomTree Europe. “A causa dell'elevata esposizione relativa di BBVA, UniCredit e BNP Paribas nei confronti delle banche turche, la performance dei prezzi ha registrato oggi cali compresi tra il 3% e il 4%. I mercati temono il numero di prestiti in essere in Europa nel settore delle imprese turche e l'incapacità di queste di ripagarli, con il rischio di affrontare una crisi della bilancia dei pagamenti. La reazione del mercato mostra una crescente preoccupazione per uno scenario di rischio di coda che riteniamo sia sopravvalutato” conclude.

Ciò che sorprende, è che, sebbene la Turchia sia sull’orlo di una crisi, i prezzi dell’oro, tipicamente usato come bene rifugio, non siano ancora schizzati. Nitesh Shah, director of research di WisdomTree ritiene che “la reazione relativamente sottotono dell'oro può anche essere dovuta ad alcune delle caratteristiche tipiche del Paese. La Banca centrale turca è un grande acquirente di oro. Quando difende la lira turca, come in questa crisi, può vendere oro e gli investitori possono percepire questa offerta come negativa per il prezzo”. “Tuttavia, se la minaccia della vendita dell'oro turco pesa sul suo prezzo, cosa potrebbe arrestare tale minaccia? La Banca centrale turca potrebbe vendere altre valute prima di puntare sull'oro, lasciando uno scarso impatto sulla sua offerta. Questa potrebbe essere una strategia praticabile per la banca centrale, ossia quella di penalizzare le valute appartenenti ad altri paesi piuttosto che l'oro apolide” conclude.

Nonostante gli effetti della crisi turca si siano diffusi anche in altri Paesi, Amundi “considera questo un evento idiosincratico e non una potenziale miccia per una crisi sistemica più ampia, poiché riflette principalmente le fragilità economiche del Paese e il proprio contesto politico. L'impatto sull'economia dell'Eurozona dovrebbe essere limitato”. Questa opinione viene confermata anche dalla loro view di mercato: “Manteniamo un atteggiamento cauto sugli asset turchi. Il sell out annuale li rende interessanti in un contesto di EM, ma ci aspettiamo che i fondamentali macroeconomici peggiorino ulteriormente e che le questioni geopolitiche continuino almeno a breve termine” commetano. “Da un punto di vista multi-asset le attuali turbolenze possono aumentare la vulnerabilità del mercato del credito legato ai mercati sviluppati, su cui eravamo già cauti, ma la crescita ancora positiva e le solide prospettive per gli utili societari dovrebbero prevenire una modalità estesa di rischio-off. Di conseguenza, non ci aspettiamo che le banche centrali dei Paesi sviluppati cambino le loro strategie politiche in risposta alle turbolenze attuali.” concludono.

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