Covid-19, riuscirà l'Italia a non essere declassata?


Prima che scoppiasse l’emergenza Covid-19, il rapporto debito pubblico/PIL in Italia si attestava attorno al 135%. Nello stesso periodo (fine 2019) per la Germania era di circa il 62%, mentre per il paese più indebitato d’Europa, la Grecia, era sopra il 180%. La crisi legata alla diffusione coronavirus ha però costretto i Governi ad implementare misure di lock down di interi settori economici e ad intraprendere delle operazioni di finanza straordinaria che andranno a pesare sui bilanci pubblici.

Nel 2020 il PIL italiano, secondo Confindustria, registrerà un calo del 6%. Più recentemente gli economisti di Unicredit Research hanno ipotizzato addirittura un crollo verticale del 15%. Per quanto riguarda il rapporto con il disavanzo pubblico si prevede un innalzamento vicino al 145%. Più pessimistica la stima di Goldman Sachs, che lo situa al 160%. L’Italia è un osservato speciale in vista delle prossime revisioni delle agenzie di rating. S&P, che attualmente associa all’Italia un rating BBB con outlook negativo, si esprimerà il 24 aprile. L’8 maggio sarà la volta di Moody's (Baa3, outlook stabile). Esiste un rischio declassamento del debito italiano, pericolosamente vicino allo stato di junk bond?

Probabilità di un abbassamento del rating

"La crescita del PIL italiano è sostanzialmente in calo dall'inizio del 2018", osserva Nick Chatters, fixed income manager di Kames Capital, "Ma l'Italia si differenzia dalla media dell'Eurozona per la sua posizione debitoria, che attualmente supera il 135% del PIL. Questo livello, seppur elevato in termini relativi, è più grave per l'Italia che per altri paesi indebitati come la Grecia o il Portogallo, visti gli spread che il governo deve pagare per rifinanziarsi. Ma, poiché l'epidemia di coronavirus ha peggiorato la posizione fiscale del Paese, la possibilità che il debito italiano venga declassato a titoli spazzatura è tornata sul tavolo”, osserva. “Anche se il pacchetto fiscale per combattere la pandemia non sarà soggetto alle regole del patto di stabilità, ciò non significa che l'Italia, possa permetterselo”, aggiunge Chatters precisando: "la sostenibilità del debito non è il problema, dato il profilo di maturità del Paese, ma piuttosto un problema di fiducia del mercato. Nel medio termine, i fattori determinanti saranno il crollo della crescita e la traiettoria del debito, per cui sembra sempre più probabile che le agenzie di rating decidano di abbassare il rating del debito sovrano italiano", conclude.

Rischio di accesso ai mercati per il debito italiano

In settimana l’agenzia di rating Fitch, dopo aver rivisto in negativo l’outlook del debito del Regno Unito (AA-), ha affermato che come conseguenza dello scoppio del coronavirus e del forte calo dei prezzi del petrolio potrebbe operare ulteriori declassamenti di titoli del debito sovrano nel 2020. “I Paesi europei hanno subito uno shock e il rapporto tra deficit e PIL italiano è abbastanza preoccupate”, afferma Franck Dixmier, global head of Fixed di AllianzGI, “tuttavia il modo in cui le banche centrali hanno gestito la crisi è notevole, grazie ad interventi tempestivi e al chiaro messaggio che faranno tutto il necessario per evitare la disgregazione del mercato finanziario”, spiega. L’avvio del programma di acquisto di emergenza per la pandemia (PEPP) da parte della Banca centrale europea spinge Dixmier a dirsi positivo sull’Italia e a scongiurare un possibile stop nell’accesso ai mercati per il debito italiano. “Non mi aspetto”, afferma Dixmier “che le misure fiscali per contrastare l’emergenza abbiano un effetto sugli spread, perché sono state abbastanza anticipate dai mercati. Non prevedo neppure un pericolo per l'accesso ai mercati, per i programmi di acquisto messi in campo dalla BCE”, conclude.

“In molti si sono chiesti sul rischio di insolvenza di molti Paesi per il Covid-19, ma il problema si riscontra più sul versante degli interessi pagati che sull’entità del deficit stesso. Tuttavia per adesso i tassi di interesse sono bassi, quindi questo scenario si potrebbe verificare solo se in futuro i tassi si alzassero”, afferma Samy Chaar, chief economist di Lombard Odier. “Preferisco un Italia con un rapporto debito/PIL del 200% o del 250% come il Giappone, ma che investe in infrastrutture, industria, modernizzazione e educazione, piuttosto che un paese con un rapporto dell'80% ma che non investe nel futuro”, conclude.

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