Covid-19: Cina, PIL in caduta. L’analisi degli asset manager internazionali


Brusca frenata per l’economia cinese per gli impatti della crisi del Covid-19. Nel primo trimestre il PIL è sceso del 6,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Una contrazione che tuttavia non giunge inaspettata. Il dato appare in linea con le previsioni della maggior parte degli analisti che in media avevano indicato una perdita del 6% nei primi tre mesi a seguito delle misure di lock down per contrastare l’epidemia scoppiata a Wuhan, che hanno finito per limitare le attività economiche dell’intero Paese. Il calo è generale: le vendite al dettaglio su base annua registrano una contrazione del 19% e gli investimenti in asset fissi sono diminuiti del 16,1%. Sull’anno le esportazioni sono scese dell'11,4% mentre le importazioni hanno registrato una flessione dello 0,7%. Il surplus commerciale ha subito una perdita dell'80,6% a 98,3 miliardi di renminbi. Ora tutti gli occhi sono puntati sulla possibile ripresa della seconda più grande economia al mondo, anche per gli impatti a livello globale.  

Secondo Nick Payne, head of Global Emerging Market Equities di Merian Global Investors il calo del 6,8% del PIL nel primo trimestre è un dato già superato dai mercati, a cui si aggiungono dei segnali positivi: “La produzione industriale nel mese di marzo è diminuita soltanto dell’1,1%, il che implica che gran parte del settore manifatturiero dell'economia è tornato al lavoro. Le vendite al dettaglio sono scese del 15,8% a marzo, ma si trattava già di una ripresa rispetto al -20,5% di febbraio, e le vendite online sono aumentate del 3%”, afferma.

Ripresa a 'V' o a 'U'? 

Anche gli esperti di BNY Mellon Investment Management si dicono fiduciosi per la possibilità di una ripresa nella seconda parte dell’anno. “La crescita in Cina subirà un duro contraccolpo per due trimestri, con la produzione in calo del 10% o più nel primo semestre, seguita però da una buon recupero nella seconda metà del 2020”, afferma il market strategist Lale Akoner. “I dati robusti sull’attività nel mese di marzo ci rendono fiduciosi sulla possibilità di una ripresa V-shaped”, aggiunge. Per Stefania Paolo il fatto che la ripresa assuma una forma a V e non a U dipenderà dalla tempestività e dalla portata di nuove risposte dalla politica. Infatti per il country head per l’Italia le attività produttive potrebbero ritrovarsi a che fare con una domanda esterna in calo e con una propensione interna al consumo ridotta: “Ci troviamo dinanzi a un outlook incerto nel medio termine per il Paese, su cui pesano le prospettive dell’accordo commerciale con gli USA e la possibilità che alcune economie (come Taiwan e il Giappone, cui presto potrebbero seguire Stati Uniti ed Europa) decidano di rimpatriare le attività produttive dalla Cina” spiega.  

L’attesa per nuovi stimoli fiscali è evidenziata anche da Lynda Zhou, portfolio Manager di Fidelity International: “Vi sono grandi aspettative sull’annuncio di ulteriori stimoli politici durante il meeting “Two Sessions”. Crediamo, tuttavia, che il mercato potrebbe rimanere deluso, dato che il sistema politico ha spostato l'attenzione sul mantenere l’occupazione stabile piuttosto che sul mantenimento di un target di PIL elevato”, dichiara.  

Per Dave Lafferty, chief market strategist di Natixis IM gli investitori continuano a sottovalutare quanto sarà lunga la coda negativa dello shutdown: “I consumi interni rimangono deboli a causa delle misure di distanziamento sociale, mentre i consumatori statunitensi ed europei sono in lockdown. L’accumulo delle scorte rallenterà la produzione futura”, afferma. Inoltre la situazione in Cina è un buon indicatore di quanto potrebbe accadere nei prossimi mesi in Europa e negli Stati Uniti: “La crescita cinese sembra tornare solo fino all'80%-90% del potenziale, dimostrando che non sarà un rimbalzo a forma di V”, dichiara Esty Dwek, head of Macro Srategy, Investment Solutions di Natixis IM.

La domanda interna sostiene la crescita

Più ottimistiche le prospettive di Nicholas Yeo, head of Equities China di Aberdeen Standard Investments. “La storia di crescita interna del Paese guidata da una popolazione a medio reddito in crescita continuerà ad alimentare i guadagni delle aziende locali. Col tempo, la Cina supererà probabilmente gli Stati Uniti come la più grande economia del mondo”, afferma. “I clienti e le catene di approvvigionamento delle aziende orientate al mercato interno hanno sede in gran parte in Cina, quindi la maggior parte dei loro fatturati e dei loro costi sono basati sul Renminbi. Questo dovrebbe contribuire a tenerle più isolate dagli effetti della pandemia in tutto il mondo e dalla disputa commerciale in corso con gli Stati Uniti. Il mercato azionario cinese continuerà ad essere volatile nel prossimo futuro, il che rappresenta un'opportunità per gli operatori di borsa. L'indice MSCI China A Onshore è scambiato con un rapporto trailing price book di 1,85 volte, ben al di sotto della sua media a lungo termine di 2,35 volte”, spiega.

Previsioni nel segno dell’incertezza invece per Craig Botham. Il senior Emerging Markets economist di Schroders non esclude la possibilità che la produzione industriale peggiori di nuovo, insieme alle esportazioni, il mese prossimo: “Nel mese di marzo, quando le restrizioni sono state rimosse, la produzione industriale ha visto una traiettoria al rialzo particolarmente netta. Tuttavia la nostra precedente previsione di una crescita del 5% per il 2020 sembra irrimediabilmente ottimistica. Il nostro modello indica ora una crescita annua di poco più il 2%, con un downgrade rispetto alla precedente stima del 3,5%, segno dell'incertezza di questi tempi”, conclude.

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