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Costi o stile di gestione, cosa conta di più?


Contributo a cura di Simone Rosti, responsabile per l’Italia di Vanguard.

L'investimento indicizzato è noto da decenni agli investitori istituzionali e il mercato retail negli Stati Uniti ha potuto accedere al primo fondo comune indicizzato nel 1976. Da allora, questa tipologia di investimento ha costantemente dimostrato la propria efficacia nel beneficiare dei vantaggi dei bassi costi, sia per gli investitori professionali sia per quelli tradizionali. In Europa, il ricorso all'indicizzazione ha visto un deciso sviluppo negli ultimi dieci anni. I cambiamenti regolamentari sono stati uno dei principali motori di questa crescita. Dopo la crisi finanziaria globale, l'efficacia dei costi e la trasparenza dei veicoli di investimento sono stati infatti oggetto di particolare attenzione da parte delle autorità di regolamentazione. Allo stesso tempo, anche gli investitori sono diventati molto più attenti al costo. La proliferazione di strumenti per la comparazione di costi e performance ha aiutato a comprendere molto meglio l'impatto di costi elevati sui ritorni degli investimenti.

Tradizionalmente, il dibattito sui vantaggi dell'indicizzazione è stato spesso incentrato sul confronto tra le performance più recenti dei fondi attivi e di quelli passivi. Da qualche tempo, però, è diventato sempre più chiaro che l’interesse per i fondi indicizzati è sostenuto da argomenti logici che non cambiano nel corso di un ciclo di mercato. Inoltre, definire una scelta binaria il ricorso a un prodotto indicizzato rispetto a una strategia attiva fa perdere di vista il tema reale. Il vero dibattito, infatti, dovrebbe essere incentrato sulla scelta tra prodotti ad alto costo e prodotti a basso costo.

Gioco a somma zero

La teoria sottostante all’investimento nei fondi indicizzati e negli strumenti a basso costo ruota intorno al concetto di gioco a somma zero secondo cui, in qualsiasi mercato, il ritorno dell’indice è pari alla media ponderata di tutti gli investimenti che rappresentano quel mercato. Quindi, per ogni posizione che fa registrare una performance superiore a quella del mercato ce ne sarà una che fa registrare una performance inferiore di pari importo.

Ma questa distribuzione uniforme tra sovraperformance e sottoperformance non tiene conto della variabile costi. Dopo la loro applicazione, infatti, oltre la metà degli investitori in un certo mercato registrerà una sottoperformance rispetto alla media, rappresentata dall’indice. E più elevati sono i costi di un investimento, maggiore sarà la difficoltà di ottenere una sovraperformance, come evidenziato dal seguente grafico.

Vanguard Costi          

Questa teoria è sostenuta da evidenze reali che mostrano come, su un'ampia gamma di settori, periodi e condizioni, la maggior parte dei fondi sottoperforma i propri indici di riferimento nel lungo termine.

L’impatto dei costi

Nella maggior parte dei casi, più si paga per qualcosa, migliore è il prodotto o servizio che ci si aspetta di ottenere. Ma parlando di costi di un investimento questo assunto è contro-intuitivo, poiché non vi è alcuna certezza che si ottenga un risultato migliore a fronte di un costo più elevato. Ogni euro pagato per commissioni di gestione o di negoziazione è semplicemente un euro in meno sul potenziale di rendimento. E, proprio come per i rendimenti, l'impatto dei costi aumenta esponenzialmente nel tempo, complicando il raggiungimento degli obiettivi di investimento.

Quanto sopra vale per qualsiasi tipologia di fondo, attivo e indicizzato, e dimostra chiaramente che il costo è il principale nemico di un investimento soddisfacente

È difficile ottenere una performance costante

Perchè un gestore attivo riesca a sovraperfomare nel lungo periodo, è necessario superare una serie di ostacoli. In primo luogo, bisogna identificare una posizione che generi sovraperformance e, successivamente, definire una corretta tempistica di ingresso e di uscita. E tutto ciò senza generare costi di ricerca e di negoziazione superiori al valore aggiunto. Infine, è necessario che il processo possa essere replicato regolarmente con successo.

Nella pratica, sebbene molti gestori attivi registrino periodi di performance elevata, è inevitabile che possano anche incorrere periodi in cui le decisioni prese si rivelano sbagliate. E le evidenze mostrano come sia estremamente difficile ottenere risultati positivi costanti.

Gli investimenti indicizzati non mostrano segnali di rallentamento

Come abbiamo visto, la teoria del gioco a somma zero si riflette anche nei dati di performance dei fondi nel mondo reale e ottenere una sovraperformance costante può essere estremamente difficile. Questi elementi sono stati importanti motori della crescita dei fondi indicizzati e degli ETF nell'ultimo decennio.

Si tratta di evidenze di lungo periodo e non vi è motivo per credere che cambieranno con il passare del tempo. Anche il contesto normativo è favorevole all'indicizzazione, con l'attenzione ai costi e alla trasparenza destinata a intensificarsi man mano che i paesi europei continueranno a implementare le normative emanate dopo la crisi finanziaria. Sulla base di una solida base teorica e sostenuta dai cambiamenti normativi, è probabile che in futuro l'indicizzazione continui a crescere in popolarità.

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