Cosa sta succedendo nell’obbligazionario emergente


I mercati emergenti sono un’asset class eterogenea, su cui il grado di approfondimento necessita di un surplus dato sia dalle differenze tra le varie aree geografiche che dall’attrattività in termini di rendimento connaturata ai segmenti di mercato a cui è associata una maggiore crescita prospettica.

La crisi Covid-19, partita proprio dalla Cina, chiave del benchmark emergente. “Le aziende dei mercati emergenti hanno circa 250 miliardi di dollari di bond in scadenza nel 2020, anche se la maggior parte di essi riguarda la Cina, l’unica economia dove abbiamo già visto misure di sostegno alla liquidità”, sottolinea Polina Kurdyavko, head of Emerging Markets e co-gestore del fondo BlueBay Emerging Market Aggregate Bond, prodotto con rating Consistente (C) FundsPeople.

Tassi di default

La panoramica mostrata dalla manager parte proprio dal credito per cui gli analisti di BlueBay Asset Management hanno rivisto al rialzo le aspettative sui default portandole in un range compreso tra il 2% e il 4%. “In gran parte, questi default riguarderanno il settore dei trasporti, soprattutto aerei, e quello delle utility, più per questioni di leverage che non per la pandemia”, spiega Kurdyavko.

Numeri ancora contenuti dato l’impatto sull’economia globale. Due sono le considerazione che hanno portato gli esperi a non eccedere nell’aumento dell’aspettativa sui default:

  • "Le aziende nei mercati emergenti operano in un contesto di crescita contenuta e deleveraging già da 5 anni, se non 10. Dopo il collasso dei prezzi del petrolio nel 2015, gran parte delle aziende ha adottato un approccio più cauto sulle spese in conto capitale, aumentando i buffer di liquidità".
  • "Abbiamo visto una svalutazione delle valute emergenti sul forex fino al 50% negli ultimi 10 anni, avvenuta in modo graduale, permettendo alle società di aggiustare i profili di debito e favorire la valuta locale".

Una valutazione settoriale

“Nelle utility”, spiega la co-gestore del fondo BlueBay Emerging Market Aggregate Bond, “i tassi di capex sono crollati ma i volumi sono stati consistenti”. “Nelle telecomunicazioni, i principali beneficiari del lavoro da remoto, stiamo vedendo diverse aziende chiedere un aumento della portata operativa. Nei segmenti industriali e dell’estrazione, alcuni impianti sono stati chiusi, il che non sorprende data la natura ciclica di questo settore. L’oil&gas sta affrontando capex inferiori, ma la maggioranza di queste aziende rientra nella categoria del ‘quasi-sovrano’. Infine, le banche, il primo settore nell’indice, pari a circa il 30%, hanno comportamenti prudenti e capitalizzazione elevata. La maggior parte delle società ha quindi adottato un atteggiamento più cauto, riducendo l’attività. Per quanto riguarda invece i segnali di ripresa, anche in questo caso la Cina primeggia. L’attività nel settore immobiliare è già tornata al 90% rispetto ai livelli normali, secondo quanto riportatoci dalle aziende”, completa.

Le tre variabili del debito sovrano

Guardando alla sostenibilità del debito sovrano, sono tre i punti presi in considerazione dagli esperti di BlueBay AM: debito in scadenza, riserve a disposizione e supporto del FMI.

  • Il debito sovrano emergente in scadenza nel 2020 ammonta a circa 117 miliardi di dollari statunitensi. Di questi, circa 75 miliardi riguardano l’Europa centro-orientale e il Medio Oriente, Paesi che sono in grado di ripagare i debiti. Circa 10 miliardi sono invece riferiti a Paesi dell’Africa Subsahariana, regione che stiamo sottopesando, preoccupati per l’aumento del debito e l’incapacità dei governi di gestire un rallentamento. Fortunatamente, questa regione rappresenta solo una piccola parte dell’asset class class.
  • Gran parte dei mercati emergenti ha ampie riserve per gestire i bisogni di liquidità, ad esclusione di un paio di Paesi come Bahrain ed Ecuador.
  • Il FMI ha 1.000 miliardi di dollari a disposizione per supportare le economie emergenti, pari a circa il 25% del debito totale di questi Paesi, un ammontare molto superiore rispetto al 2008 e al 1998.

La view della società rileva in tal senso una distinzione a livello regionale che guarda con favore all’Asia che beneficia di prezzi del petrolio inferiori e che ha gestito il coronavirus in modo più rapido, in particolare la Cina. “In generale, sono le economie più solide a primeggiare. Per citarne alcune, Russia, Repubblica Ceca, Paesi baltici, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Abu Dhabi, Cile e Perù. Anche se vale la pena sottolineare che, escludendo la Cina, il supporto sarà molto inferiore rispetto a quello dei mercati sviluppati”, conclude Kurdyavko.

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