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Cosa pensano i gestori italiani e stranieri sul deprezzamento dello yuan


La valuta è uno dei principali strumenti di cui dispone il governo cinese per rispondere alla crescente pressione degli Stati Uniti. Le misure dirette contro le aziende statunitensi in Cina potrebbero danneggiarle maggiormente in termini di tasso di disoccupazione e di stabilità sociale in un momento in cui l'economia è in fase di rallentamento e la concentrazione di potere avviata da Xi Jinping qualche anno fa è messa in discussione all'interno e all'esterno, come ad Hong Kong.

“Si tratta tuttavia di un’arma a doppio taglio”, fa notare Jean-Jacques Durand, head of Emerging Debt Total Return di Edmond de Rothschild AM, “in quanto può anche generare instabilità e accelerare la fuga di capitali in un momento in cui la Cina è passata da un'economia caratterizzata da un surplus delle partite correnti ad a un'economia in deficit su questo fronte”. Dopo l'esperienza dell'estate 2015, quando una mossa simile aveva causato il caos sul mercato cinese e una massiccia fuga di capitali, le autorità hanno proceduto ad un giro di vite con differenti controlli e barriere amministrative volte a prevenire tali esiti. “Solo il futuro ci dirà se saranno in grado di controllare tale trend nel lungo periodo, data l'assenza di una qualsiasi riforma reale dell'economia e di nuove regole in termini di politiche commerciali”. 

Dopo che il tasso USD/CNY ha superato l'importante livello 7, le autorità statunitensi hanno qualificato la Cina come manipolatore di valuta, il che significa che potrebbero essere implementate altre tariffe aggiuntive. “A nostro avviso, la PBoC tollererà un ulteriore deprezzamento dello yuan per mitigare gli effetti negativi degli ulteriori dazi imposti dagli Stati Uniti”, spiega Gero Jung, chief economist di Mirabaud AM. “Infatti, il conto finanziario è per il momento sotto controllo perché sono ancora in vigore i controlli sul capitale. Ci aspettiamo inoltre un maggiore allentamento monetario in caso di un successivo incremento dei dazi, in concomitanza con nuove misure fiscali mirate”.

Gli indicatori cinesi di fiducia nel settore manifatturiero indicano ancora una contrazione, mentre l’ottimismo nel comparto dei servizi è moderato. “Sia il dato ufficiale dei PMI (NBS) sia quello del PMI Caixin hanno mostrato solo un modesto miglioramento, inoltre i nuovi ordinativi per l’export sono deboli, mentre l’indice dell’occupazione è sceso al ritmo più veloce per 5 mesi”, fa notare il capo economista. 

Secondo Anima SGR, l’incertezza geopolitica è da ricercare proprio nella fiducia del settore manifatturiero. “In base ai dati degli ultimi mesi, l’indicatore globale di fiducia delle imprese manifatturiere ha registrato 17 mesi su 18 in calo. A riprova, appunto, del fatto che le imprese stanno mettendo il freno a quella che è la loro attività soprattutto sul fronte degli investimenti e dei flussi commerciali. Bisognerà quindi valutare se la debolezza del settore si potrà tradurre in un effetto contagio sul resto dell’economia”.

Inoltre precisa Jung che la minaccia di imposizione di ulteriori dazi del 10% su 300 miliardi di dollari di esportazioni colpirà l’industria cinese, e quindi anche l’occupazione.

Quali conseguenze?

Il dibattito sull'opportunità di utilizzare la valuta come strumento mercantilista in Cina è ancora in corso. Secondo Stephen Li Jen,  CEO della società londinese Eurizon SLJ Capital (controllata da Eurizon), la reazione della Cina avrà degli effetti autolesionisti, non solo sul deprezzamento della valuta, ma anche sul singolo investitore cinese. “La questione è che la Cina dovrebbe uniformarsi agli standard internazionali, che tutti gli altri paesi di medie dimensioni hanno dovuto rispettare. Se continuasse a non farlo, il risultato sarebbe una "guerra economica coreana" in cui la Cina subirà un danno economico sproporzionato rispetto agli Stati Uniti”.

Ulteriori escalation delle tensioni commerciali sarebbero negative per il CNY (ma l'impatto sarà probabilmente relativamente modesto), ma soprattutto per le valute dei Paesi emergenti e infine negativo per l'euro, (sebbene nel breve periodo possa avere un effetto positivo).

 

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