Coronavirus: mercati in picchiata e rischio recessione. Le reazioni di economisti e asset manager internazionali


Una questione di contenimento: della diffusione del virus fuori dai confini cinesi e degli effetti sull’economia globale. I mercati hanno affrontato con estremo pessimismo l’inizio della settimana di contrattazioni dopo la notizia arrivata nel weekend della presenza in Italia di numerosi di casi confermati di Coronavirus. Piazza Affari ha perso il 5,43% nel solo giorno di lunedì trascinando dietro a sé gli altri listini. Gli europei ma anche Wall Strett che fa segnare la peggiore seduta degli ultimi due anni lasciando sul terreno oltre il 3%. Nella giornata di martedì, dopo un timido passaggio positivo in apertuta, Milano a chiuso di nuovo con segno meno oltre l'1%. In gioco c’è prima di tutto la necessità di arginare il contagio ma anche gli effetti sull’economia preoccupano in un’ottica post-emergenziale.

“Le notizie di aumento dei contagiati da coronavirus al di fuori dalla Cina, e in particolare, nel nostro Paese, pesano negativamente sui listini globali. I movimenti dei mercati finanziari iniziano a riflettere i timori per i potenziali effetti del virus sulla crescita economica mondiale, soprattutto in un contesto di timida ripresa del settore manifatturiero negli USA e nell’ Eurozona”, spiega Alberto Artoni, portfolio manager US Equity di AcomeA SGR. “Come evidenziato dai grafici di seguito”, aggiunge, “i PMI manufacturing di Stati Uniti ed Eurozona erano scesi da metà 2018, anche a causa dei timori legati alla cosiddetta “guerra commerciale” tra USA e Cina. Si teme quindi che le cattive notizie legate al virus possano interrompere la timida ripresa economica”.

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“La reazione negativa delle borse è a nostro giudizio in parte amplificata da valutazioni storicamente elevate”, sottolinea Artoni, ma al netto della situazione italiana e europea a preoccupare maggiormente sul fronte della crescita economica globale è la situazione dell’economia cinese e la sua capacità di ripresa una volta uscita dallo stato di blocco forzato a causa del rischio pandemico.

Il peso della Cina

L’impatto economico che ne deriverà sarà grave”. Non usano mezzi termini gli esperti di Bain & Company. “In termini finanziari”, fanno notare dalla società di consulenza, “la differenza maggiore tra l’epidemia in corso e la SARS è la dimensione dell’economia cinese, che nel 2003 ammontava a 13,74 trilioni di yuan (RMB)”. “La SARS ha ridotto il PIL della Cina di quasi l’1% (o circa 100 miliardi di RMB). Nel 2003, tuttavia, la Cina rappresentava solo il 4% del PIL globale. Con quasi 100 trilioni di RMB oggi, l’economia cinese è sette volte più grande, costituisce più del 16% del PIL globale e svolge un ruolo di importanza critica in molte supply chain globali”, aggiungono. Coronavirus e SARS non sono identiche né da un punto di vista epidemiologico né di effetti economici, più grave la seconda da un punto di vista di mortalità e impatto percentuale sul PIL cinese, sottolineano da Bain & Company. A cambiare è però il quadro di riferimento, con effetti di scala estremamente più larga data l’importanza attuale del gigante asiatico nella contribuzione alla crescita globale.

Dello stesso avviso Philippe Waechter, chief economist di Ostrum Asset Management. “Ora la Cina è un attore globale con un ruolo di primo piano nella maggior parte delle catene del valore. Se l'attività aziendale si ferma in Cina, l'impatto sarà globale in quanto le aziende di altre parti del mondo non saranno in grado di produrre in quanto non possono sostituire in maniera immediata la componente cinese della loro linea di produzione. Questo effetto di ricaduta negativo è visibile nel bassissimo livello del Baltic Dry Index (costo del trasporto merci) e nel calo del numero di container in arrivo in Europa”, dichiara proponendo un ulteriore paragone con SARS incentrato sulla capacità di ripresa delle attività economiche una volta fermato il contagio.

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L'impatto potrebbe quindi essere molto simile alla curva rossa”, afferma Waechter per evidenziare la gradualità con cui il gigante asiatico dovrà necessariamente rimettersi in moto.

L'unico aspetto univoco circa la valutazione dei rischi legati alla diffusione Coronavirus è la loro pervasività. "I timori per la diffusione del COVID-19 hanno causato un forte sell-off degli asset rischiosi e una fuga verso i beni rifugio, rafforzando notevolmente l’oro e i titoli di stato considerati beni rifugio", sottolineano dai due team di Investment Strategy & Discretionary Portfolio Management di Lombard Odier.

A preoccupare è in questo caso la diffusione geografica più che le tempistiche di ripresa cinese. "Riteniamo che l'impatto del Coronavirus sarà significativo ma al contempo temporaneo, in quanto l'attività economica si riprenderà dopo l'abolizione delle misure di contenimento. Il consistente calo di nuovi contagi in Cina è in linea con le nostre aspettative di un eventuale contenimento, mentre sono preoccupanti i segnali di un’epidemia a livello internazionale, che devono essere attentamente monitorati", affermano dall'asset manager. "I rischi di contagio in Italia richiederanno severe misure di contenimento, che inevitabilmente danneggeranno l'attività economica", commentano relativamente agli ultimi sviluppi nell'area europea. "Come si è visto in Cina", completano, "c'è il rischio che tra le misure necessarie ci sia anche il totale isolamento, oltre al fatto che queste misure possano durare più a lungo di quanto stimato in precedenza".

Credere nell’Italia

L’impatto psicologico dell’arrivo del Coronavirus in Italia è stato molto potente, con i timori che dal punto di vista economico accresciuti dalla diffusione nelle aree a più alta produttività del Paese. Mondher Bettaieb Loriot, head of Corporate Bonds di Vontobel Asset Management, invita però alla calma. “Mi trovo a mio agio con le aziende italiane che al momento stanno fornendo un ottimo supporto per i loro fondamentali di credito. Non ho intenzione di aumentare o diminuire la mia esposizione ai titoli corporate italiani ma di mantenerla stabile in quanto rappresenta già un sovrappeso del 7,5%”, dichiara, aggiungendo che le stime sugli effetti di contrazione del Prodotto interno lordo italiano e europeo sono ancora molto contenute. “Le grandi aziende italiane prevalenti negli indici di credito sono le banche, le utilities e le telecomunicazioni. Tutte queste sono essenzialmente orientate al mercato interno e non cicliche, e sono quindi meno suscettibili ad essere impattate negativamente”, specifica inoltre. Ultimo elemento a supporto, il potenziale intervento della Banca centrale europea, non necessario secondo Bettaieb-Loriot qualora sia arginata in tempi stretti la diffusione del virus. “La BCE dispone ancora di sufficienti strumenti a sua disposizione, come l'aumento degli acquisti mensili per far fronte a eventuali debolezze impreviste che potrebbero svilupparsi”, argomenta. “In breve”, conclude, “crediamo che sia la stagione primaverile che gli stimoli monetari porteranno sollievo e ripresa, consentendo al capitale di continuare a inseguire il carry”.

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