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La nuova sfida dell'asset management si chiama 'social investing'


Se da una parte non si può certo negare che nella finanza ci sia competizione (solo tra i fondi, che avendo un track record registrato ogni giorno, offrono con trasparenza i risultati dei loro gestori anche se nella maggior parte dei casi, comunque evitano la competizione mascherandosi dietro al benchmark), lo stesso non si può dire sul lato dei professionisti. Quanti sono gli asset manager e i wealth nanager, per non parlare dei financial advisor, disponibili a mettersi in competizione e mostrare con trasparenza i propri risultati? A porsi la domanda è Daniele Bernardi, CEO di Diaman SCF, acceso sostenitore del fatto che "come movimento del risparmio gestito deve essere promossa la competizione, la trasparenza dei risultati, affinché ci sia lo stimolo costante da parte degli attori che devono dare un rendimento al cliente a dare il meglio di se stessi, ad osare quando serve e ragionare di più sulle scelte da compiere, o da non compiere, affinché la spinta sia costante verso il miglioramento e verso un vero valore aggiunto al cliente".

Ma come poter stimolare i professionisti dell'asset management a migliorarsi e dimostrare di essere realmente i più bravi degli altri, o comunque di essere meritevoli della fiducia dei propri clienti? Secondo Bernardi un bell'esempio da migliorare e portare ad un livello professionale è il social trading. "Le piattaforme di social trading come eToro permettono a speculatori di breve termine di copiare i trader più bravi (con un meccanismo border line, ma non è questo il tema) e potenzialmente ottenere gli stessi rendimenti dei trader", spiega l'esperto. "La competizione deriva dal fatto che i risultati dei trader sono visibili a tutti nel bene e nel male, quindi i trader sono stimolati a dare il meglio di se per farsi copiare da più gente possibile".  

Il modello di sociacial investing e la PHI = Platform for Hybrid Investments 
"Questo modello di socializzazione è intelligente e merita di essere perfezionato, se si sostituiscono i trader con asset e wealth manager professionisti, che lavorano con logiche corrette di diversificazione e di controllo del rischio, si possono attirare investitori di lungo termine che vogliono servizi professionali e non rendimenti aleatori, potendo beneficiare della sana competizione che caratterizza i partecipanti alla piattaforma di 'social investing'", sostiene Bernardi che insieme al suo team ha realizzato il progetto Hybrid Platform for Investing, la prima piattaforma ibrida di investimento (PHI) che permette agli investitori di poter acquistare sia strumenti di investimento tradizionali che strumenti finanziari relativi al mondo delle crypto. "Non investimenti diretti in crypto currencies, ma investimenti in strumenti professionali che investono in crypto si", specifica il manager. Si tratta di un progetto ibrido sia negli investimenti che come piattaforma, perché in realtà la relazione umana con il gestore o con il consulente è fondamentale. "Quindi elemento portante della piattaforma sarà l’interazione tra il cliente ed il consulente o l’asset manager, al fine non solo di fornire un servizio ad un costo più contenuto (grazie alla digitalizzazione e grazie ai PHI Token) ma ciononostante una qualità uguale se non maggiore di affiancamento dei clienti sia nei momenti belli che brutti dei mercati finanziari".

Competizione
E qui torna di nuovo in gioco il concetto di competizione. "I clienti, da parte loro, potranno accedere ad una piattaforma aperta, dove trovare più soluzioni di investimento in base alle proprie esigenze e ai loro obbiettivi, permettendo di dialogare con il loro consulente (se lo hanno già) o di scegliere il migliore sulla piattaforma analizzando vari indicatori di rischio rendimento che grazie alla piattaforma sarà finalmente possibile monitorare". La piattaforma utilizzerà anche la Blockchain per una migliore gestione dei dati del cliente, in maniera trasparente e sicura, ma soprattutto realmente immodificabile, garanzia richiesta dalle norme ma mai realmente applicata perché non esisteva una tecnologia che lo permettesse in modo distribuito. "In definitiva un modello che consente di ridurre i costi di distribuzione dell'industria", conclude Bernardi.

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