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Come investire i due mila miliardi che gli italiani tengono congelati per il 'non si sa mai'


Un terzo del portafoglio delle famiglie italiane è destinato ad attività liquide o prodotti di risparmio postale. Al 31 dicembre scorso il controvalore delle attività finanziarie si attestava a 4.168 miliardi di euro, di cui il 31,9%, ovvero 1.130 miliardi, detenute in forma di strumenti liquidi, senza alcuna remunerazione. Circa la metà dei risparmiatori (il 46%) non possiede altra forma d’investimento che un deposito e uno su dieci vi ha trasferito almeno 25 mila euro. È questa la fotografia scattata dall’ultima indagine Wealth Insights realizzata da Prometeia in collaborazione con Ipsos. 

In Italia, così come in altri Paesi sviluppati, i patrimoni cospicui sono relativamente concentrati in nicchie della popolazione ma il Belpaese ha anche un'altra peculiarità: gli italiani sono longevi, sani, e i giovani creano per ora e in media poca nuova ricchezza. "Gli italiani 'anziani' sono molto prudenti, perché hanno trascorso tutta la loro vita di risparmiatori e investitori con prudenza, sicurezza, terrore delle perdite, assenza di mentalità probabilistica", spiega Paolo Legrenzi, professore emerito di psicologia cognitiva presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove coordina il Laboratorio di Economia Sperimentale nato dalla partnership con GAM. "Se voi siete un consulente di un cliente che ha questo profilo, e se siete un bon consulente, costruirete un portafoglio adatto al vostro cliente, e, inevitabilmente, questo cliente si troverà in portafoglio molto risk-off, cioè poche azioni, molto reddito fisso, e un reddito fisso per lo più a breve termine, oltre a polizze assicurative", specifica il cattedratico nel suo libro l'Economia della mente.

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Autore del grafico: IWBank Investments - Infografiche Finance

Il passaggio generazionale
Il problema si presenta quando questo patrimonio passa in nuove mani, ovvero nel momento del passaggio generazionale. Per attuare il passaggio generazionale bisogna iniziare con una tappa preliminare che per la finanza comportamentale consiste nel chiedersi: "Quanto valgo io"? nel caso di un singolo risparmiatore o "quanto vale questo cliente" se a porsela è un consulente. “In termini economici, il valore corrisponde al prezzo che otterrei se liquidassi in questo istante i miei risparmi (o i risparmi del mio cliente)”. In realtà, il valore di una persona supera ampiamente l’ammontare dei suoi risparmi", spiega Legrenzi. 

Questo principio non è un’affermazione solo teorica, ma una constatazione che ha una verifica empirica sotto forma di non-assicurazione del capitale umano, dato che non risulta evidente. Le scelte, o meglio le non-scelte, degli italiani fanno sì che si viva nel paese più sotto-assicurato, come emerge sia dalle statistiche sia in occasione dei frequenti disastri naturali. Anche il valore delle persone è sotto-assicurato. "Se ci interrogassimo a fondo circa il valore complessivo della persona, risulterebbe evidente la necessità di assicurare il capitale umano e gli immobili al suo servizio. Si potrebbero in tal modo 'liberare' i circa duemila miliardi di risparmi che restano congelati per affrontare il 'non si sa mai'”. Questa somma congelata, in vista di possibili eventualità negative, mostra che gli italiani sono prudenti, ma che indirizzano male la loro prudenza. Invece di assicurarsi e di liberare questa somma tenuta liquida o semi-liquida, con rendimenti oggi pressoché nulli, e di investirla dopo aver assicurato il 'valore' (capitale umano, immobiliare e quant’altro), molti italiani scelgono di procrastinare questa decisione o, addirittura, non la prendono neppure in considerazione. 

 

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