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Caduta dei mercati e del petrolio, cause e possibili effetti


Una nuova fonte di incertezza ha gettato nel panico i mercati finanziari. Chi la scorsa settimana è stato incoraggiato all’acquisto di titoli per le cadute dei listini per il coronavirus, ha avuto un brusco risveglio e si è dovuto confrontare con la dura realtà di investire in fasi di forte volatilità.

Riassumiamo quanto accaduto: il prezzo al barile del Brent, il petrolio di riferimento per il mercato europeo, ha aperto in discesa del 30% la giornata di lunedì recuperando poi solo parzialmente. Il più grande calo intraday dal 17 gennaio 1991, la data in cui ha avuto inizio la guerra del Golfo. Contemporaneamente, i futures dei principali indici americani indicavano perdite medie del 5%; un movimento al ribasso che si è materializzato all'apertura dai mercati europei. Milano a chiuso la seduta con un -11%. Wall Street fa segnare il peggior risultato dal dicembre 2008 con l'indice Dow Jones che ha perso il 7,83%. A completamento di questo quadro a tinte fosche, per la prima volta nella storia la curva dei bond del tesoro statunitense si è mossa al di sotto dell'1%. Compresi quelli di durata 30 anni.

Come leggere dunque questo scenario? Gli asset manager internazionali stanno analizzando quanto accaduto e cercano di far luce sulle possibili conseguenze.  

Cosa succede al petrolio

Se la diffusione del coronavirus era già un motivo di grande preoccupazione per gli investitori, si è aggiunta questo fine settimana una disputa tra alcuni paesi esportatori di petrolio dell’OPEC, che ha innescato un’ingente correzione del prezzo della materia prima.

La disputa ha avuto inizio giovedì scorso. Per far fronte alla minore domanda di greggio causata dal rallentamento della produzione industriale mondiale, e in particolar modo cinese a causa del coronavirus, l'OPEC ha proposto di ritirare dalla produzione un milione di barili al giorno con lo scopo di mitigare l'effetto sui prezzi. Ma ha anche chiesto agli stati membri dell’OPEC Plus, una seconda alleanza che ha appena tre anni di vita e che è stata formalizzata solo lo scorso luglio, di contribuire a ritirarne altri 500.000. La Russia, membro di questo secondo gruppo, ha rifiutato. Un’opposizione da parte di un paese così influente che il Brent venerdì scorso ha registrato un calo del 9%. Perché Mosca ha deciso di prendere questa posizione? "La Russia ha adottato misure severe per contenere il proprio bilancio interno, quindi ora può permettersi un prezzo inferiore per il petrolio", spiega Randeep Somel, responsabile dell’equity globale di M&G Investments.

La contromossa dell’Arabia Saudita non ha tardato ad arrivare: il secondo produttore di petrolio al mondo dopo gli Stati Uniti, ha annunciato nel fine settimana che non solo non taglierà la produzione, ma la aumenterà e abbasserà il costo delle esportazioni di greggio verso altri paesi. Bisogna ricordare che alla Russia produrre un barile di greggio costa 19,21 dollari statunitensi mentre all'Arabia Saudita ne costa 8,98, secondo i dati di Rystad Energy Ucube citati dal Wall Street Journal.

Quali potrebbero essere le conseguenze di questa rottura tra Arabia Saudita e Russia? Secondo Esty Dwek, responsabile globale della strategia di mercato di Natixis IM, l'impatto maggiore sarà nel mercato high yield, dove il settore dell'energia è una componente molto grande, ma non esclude che l'allargamento potrebbe estendersi ad altri segmenti.  

Per quanto riguarda il petrolio stesso, "la pressione sui prezzi si farà sentire maggiormente nelle aree di produzione dell'olio di scisto, dove si prevede che quest'anno la crescita rallenterà in modo significativo. Inoltre, le regioni produttrici potrebbero dover affrontare disordini sociali", analizza Michel Salden, gestore di Vontobel AM. "Tuttavia, le prospettive sono migliorate, poiché i prezzi del petrolio a lungo termine si fermeranno a causa dell'aumento dei costi di produzione a lungo termine. I produttori di olio di scisto saranno bloccati nell'accesso ai finanziamenti a basso costo e non agiranno più come produttori marginali a 50 dollari al barile. Indipendentemente dai movimenti attuali, si prevede che i mercati petroliferi diventeranno strutturalmente sottoapprovvigionati entro il 2023-2025. Questo perché i principali produttori di petrolio non hanno investito in nuovi progetti di infrastrutture e i produttori di scisto hanno favorito i dividendi rispetto alle spese in conto capitale per sostenere nuovi impianti di produzione", afferma l'esperto.

L’obbligazionario non è esente da rischi

Questi sono gli ultimi segnali del mercato, ma non bisogna ignorare i segnali di preoccupazione che giungono anche dal fixed income. Quelle appena trascorse sono state delle settimane difficili anche sui mercati obbligazionari. "Regna il sentimento di risk-off", afferma Wolfgang Bauer, di M&G Investments. "Stamattina ho guardato il momnitor e l'iTraxx Xover, il termometro del rischio di credito ad alto rendimento, è salito al suo livello più alto dalla metà del 2013. Allo stesso tempo, il bund tedesco a 10 anni è sceso a un minimo storico di -0,8%". Il grafico qui sotto riassume quanto avvenuto.

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Il reddito fisso è il comparto che più preoccupa il manager di PIMCO, Joachim Fels, consulente economico globale della società di gestione che mette in guardia da possibili crepe del ciclo del credito statunitense in un contesto di diminuzione dei flussi di cassa aziendali. Ciò, secondo l’esperto, “potrebbe portare a un brusco aggiustamento delle condizioni finanziarie che a sua volta avrebbe un impatto sull'economia reale”.

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