Brexit: i fondi europei ora guardano all’Irlanda


Da quando il 24 giugno 2016 è passato alla storia per la decisione dei cittadini britannici di voler lasciare l'Unione europea dopo il referendum sulla Brexit, gli asset manager locali hanno messo in moto un vero e proprio piano di emergenza per continuare a commercializzare i propri fondi all’interno dell’Unione grazie al passaporto europeo. Una pratica che potrebbe cessare nel caso di un no deal, anche se questo rischio sembra sempre meno probabile a giudicare dagli ultimi sviluppi sulla vicenda. In ogni caso, nell’aria si respira comunque una certa preoccupazione.

Secondo un sondaggio condotto da CFA UK tra i professionisti del settore investimenti, solo il 65% di essi afferma che continuerà a lavorare nel Regno Unito dopo la Brexit, rispetto a un 86% che dichiarava lo stesso prima della celebrazione del referendum. Inoltre, solo due mesi fa la Commission de Surveillance du Secteur Financier (CSSF) ricordava alle società britanniche che prestano servizi finanziari in Lussemburgo di notificare entro metà settembre la volontà di continuare a operarvi (in caso contrario, sarebbero state considerate Paesi terzi, perdendo così i diritti di passaporto).

Oltre al Lussemburgo, appunto, un’altra destinazione papabile per gli asset manager per il trasferimento dei fondi domiciliati nel Regno Unito (sottoscritti da investitori stranieri) è sempre stata Dublino. E a giudicare dai dati pubblicati da Morningstar Direct, è proprio la piazza irlandese a vantare le cifre migliori. A fine settembre, infatti, i fondi domiciliati in Irlanda avevano registrato sottoscrizioni per 201 miliardi di euro, una cifra di gran lunga superiore ai 51 miliardi di euro raccolti dai fondi lussemburghesi. Grazie a questi notevoli flussi, inoltre, l'Irlanda ha aumentato in modo significativo la propria quota di mercato nel settore dei fondi europei che oggi è del 20%, due punti in più rispetto all’anno scorso.

Paese Sottoscrizioni nette 2019 (in mln di euro) Quota di mercato (%) in base agli AuM Ranking in base agli AuM
Irlanda 201.428 20,71 2
Lussemburgo 50.813 35,16 1
Svizzera 19.715 4,41 6
Germania 9.512 4,61 5
Paesi Bassi 7.827 1,08 12
Spagna 5.705 2,07 9
Svezia 5.368 3,55 7
Finlandia 3.085 0,80 14
Danimarca 2.697 1,23 10
Jersey 1.903 0,34 16

Fonte: Morningstar Direct

Alcuni degli asset manager che hanno mostrato interesse a trasferire parte del proprio business a Dublino per rispondere alle esigenze dei propri clienti non britannici sono tati Vanguard, Merian Global Investors, Aberdeen Standard Investiment, Legal & General Investment Management, First State Investment, Manulife Investment Management e State Street Global Advisors. Quest’ultima, tuttavia, di recente ha fatto sapere di aver reso disponibili all’interno di una SICAV lussemburghese due fondi indicizzati sul debito dei mercati emergenti lanciati da poco (lo State Street Emerging Markets Local Currency Government Bond Index Fund e lo State Street Emerging Markets ESG Local Currency Government Bond Index Fund) “per beneficiare di un minore impatto fiscale rispetto ai fondi domiciliati in Irlanda, fattore che rappresenta un importante vantaggio competitivo per entrambi i prodotti”, commentano dalla società.

Il ruolo degli ETF

Un altro motivo che ha giocato a favore dell’Irlanda nella domiciliazione dei fondi è stata l’auge della gestione passiva in Europa in un contesto di tassi di interesse negativi e MiFID II a completare lo scenario. Dei 201 miliardi di euro di flussi netti quest'anno, ben 75 sono stati destinati a fondi indicizzati ed ETF. Non è un caso visto che, come fanno sapere da Irish Funds, oltre la metà degli ETF europei è domiciliata proprio in Irlanda.

Società

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