BNY Mellon punta sul private debt


BNY Mellon è stata una delle prime società a introdurre la struttura della multiboutique, in cui ogni entità ha una completa autonomia di investimento. La capogruppo (BNY Mellon) supporta le dodici diverse boutique per quanto riguarda le linee guida e la distribuzione, ma rimangono tutte indipendenti sotto il profilo sia della mission aziendale che per le strategie di mercato.

Ogni società ha un diverso tipo di specializzazione con strutture interne indipendenti: “Questa caratteristica ci rende una struttura molto dinamica, in cui le società hanno la propria direzione investimenti, con i loro portfolio manager e i loro trading desk dedicati”, specifica Marco Palacino, managing director per l’Italia di BNY Mellon IM. Tra queste c’è Insight Investments che, con i suoi 700 miliardi di AUM, controlla quasi il 50% di tutte le masse in gestione del gruppo. In Italia, il Gruppo BNY a fine 2017 conta masse in gestione per 4,2 miliardi di euro. In particolare il 20% è dedicato alla clientela retail, il 50% wholesale e il 30% circa focalizzata su quella istituzionale. “BNY Mellon è conosciuta nel mondo per il suo focus negli investimenti globali: molti dei nostri gestori, non avendo restrizioni di benchmark, hanno la libertà di ricercare le migliori opportunità in tutti i settori e aree geografiche del mondo”, commenta Palacino a Funds People.

Il private debt, nuova frontiera d’investimento

Da diversi anni, gli investitori istituzionali (e non solo) nutrono un crescente interesse per gli investimenti in forme di debito privato (il cosiddetto private debt). Per far fronte a tali esigenze, il gruppo BNY Mellon ha lanciato dei fondi che investono in questa particolare asset class. “Abbiamo fondi che investono in 'material loan', prestiti bancari erogati da primari istituti di credito europei a favore di PMI europee. Il private debt costituisce un’ottima opportunità di investimento, perché prevede rischio di credito senior con una remunerazione a tasso variabile, ma soprattutto beneficia della crescita economica in Europa. Abbiamo inoltre un’esperienza pluriennale nel fronte del 'direct lending', l’erogazione diretta di prestiti alle PMI”, spiega Palacino.

Fondi con Marchio Funds People

Tra i cinque fondi di BNY Mellon che vantano il Marchio Funds People c’è il BNY Mellon Emerging Markets Corporate Debt Fund (rating Consistente) e il BNY Mellon Absolute Return Equity Fund (doppio rating Blockbuster-Consistente). 

Il primo comparto investe in obbligazioni e strumenti di debito emessi da società quotate o situate nei mercati emergenti. Il fondo è gestito in modo attivo e seleziona obbligazioni societarie dei Paesi emergenti denominate in valuta locale, in dollari statunitensi oppure in euro. “Gli investimenti corporate debt nei Paesi emergenti sono un’asset class abbastanza nuova”, commenta Palacino. “anche le aziende del mondo emergente hanno iniziato a bilanciare meglio le loro fonti di finanziamento del debito e non solo attraverso l’emissione di equity”. Le emissioni, infatti, non sono interessanti solo dal punto di vista dello spread, ma anche per quanto riguarda la size, che permette una maggiore liquidità del titolo sul mercato. Il fondo investe soprattutto in Turchia, Cina, Russia e Tailandia, con una scadenza media della componente obbligazionaria investment grade sotto i dieci anni.

Il secondo comparto, gestito da Andy Cawker, è un flessibile che investe in titoli azionari di società europee e del Regno Unito. L’approccio di gestione è di tipo “pair trading” in cui ad ogni rialzo o ribasso viene associata una copertura per cercare di isolare i rischi non desiderati e contenere la volatilità. Il fondo ha un obiettivo di performance annuale del 6%. Il comparto è un long-short che investe su coppie di titoli rispetto all’indice di mercato. “Non è un vero proprio market neutral, ma ha un’apertura al mercato con un beta che rimane sempre sotto il 10%”.

"Crediamo che i prezzi delle materie prime siano sostenuti dallo scenario positivo di una crescita economica globale. Tuttavia, è anche probabile che i prezzi di alcune commodity chiave, come il petrolio, incontrino un tetto massimo dovuto al fatto che l’aumento di domanda determinerà un corrispondente e rapido aumento dell’offerta da parte dei produttori di petrolio shale negli Stati Uniti. Le fluttuazioni dei prezzi saranno comunque ben gestite e assorbite dalle economie emergenti, a patto che non raggiungano livelli estremi. Ovviamente, prezzi troppo bassi danneggerebbero i Paesi produttori, mentre dei prezzi troppo alti causerebbero problemi per gli importatori come Cina e India", conclude Palacino. 

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