AuM, un patrimonio sempre più concentrato nelle mani di pochi gestori


Tratto dalla rivista numero 31 Funds People - sezione Marketing.

Le politiche economiche e soprattutto monetarie introdotte dalle Banche centrali per evitare che la crisi finanziaria del 2009 finisse per trasformarsi in un’altra grande depressione hanno favorito un’inflazione degli asset finanziari (che non sono reali) che, a sua volta, ha fatto aumentare progressivamente il divario tra la popolazione più povera e quella più ricca, generando così una polarizzazione a cui deve far fronte la società a livello globale. E ciò preoccupa a tal punto che anche l’OCSE ha trattato il tema in un report dal titolo 'Under Pressure: the Squeezed Middle Class' (“Sotto pressione: la classe media spremuta”), nel quale analizza le cause che hanno portato la classe media a scendere dal 64 al 61% della popolazione totale in soli tre decenni. 

Una tendenza, questa della polarizzazione, che non è solo un problema sociale ma anche economico. Di recente, anche Robeco ha pubblicato un report sui trend del settore in cui riporta uno studio pubblicato da Hendrik Bessembinder, in cui il professore sostiene che tutta la ricchezza generata dal mercato azionario statunitense nel periodo 1926-2016 sarebbe stata prodotta solo dal 4% delle azioni che ne fanno parte. “Nel corso degli anni, i mercati hanno visto più perdenti che vincitori. Questa estrema asimmetria risulta evidente anche nella distribuzione degli utili delle società. Negli ultimi anni le società migliori in termini di risultati hanno raccolto all’incirca il 90% degli utili complessivi, mentre le altre hanno archiviato rendimenti ridotti o, peggio ancora, hanno chiuso in perdita”, sostengono dalla società olandese. Come recita una nota canzone “the winner takes it all”.

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Inoltre, ciò dimostra che il successo o il fallimento di una società non dipende tanto dalle sue capacità commerciali quanto piuttosto dal settore cui appartiene (si calcola, infatti, che il 40% del risultato sia dovuto al settore di attività e il restante 60% a fattori interni della società stessa) e a conferma di questa teoria l'asset manager riporta un altro studio condotto da Steef Bergakker in cui si sostiene che il 60 o il 70% delle società migliori degli ultimi 10 anni ha confermato la propria posizione in classifica anche 10 anni dopo, mentre il 40-60% delle società peggiori è rimasto tale. 

L’industria dell’asset management non è immune a questo fenomeno come è stato sottolineato nell'articolo 'How Asset Managers Can Win in a Winner-Takes-All World' (“In che modo i gestori patrimoniali possono guadagnare in un contesto dove i vincitori si portano via tutto”), pubblicato dalla Boston Consulting Group. Stando a questo paper, i primi 10 operatori statunitensi si sono accaparrati l’81% delle sottoscrizioni nette di fondi nel 2018. 

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Gestione passiva

Secondo i dati di Morningstar Direct, inoltre, il patrimonio gestito dai primi 10 asset manager statunitensi si è quasi triplicato, salendo dai cinque miliardi di euro del 2010 agli attuali 14. Questa concentrazione del settore, che ha sicuramente risentito della diffusione della gestione passiva, non è stata registrata, almeno a questi livelli, sul mercato europeo dove fino ad oggi la gestione passiva si è sviluppata più lentamente. 

Di conseguenza, nello stesso periodo, gli asset delle prime 10 società europee sono solo raddoppiati (da 1,4 a 2,7 miliardi), mentre nel 2018 i primi 10 asset manager hanno ottenuto solo il 29% degli afflussi di fondi ricevuti dal settore, sempre stando all’articolo della Boston Consulting Group. Ciononostante, la società di consulenza ritiene che questa concentrazione registrerà un aumento nei prossimi anni di pari passo con la crescente necessità di offrire prodotti sempre meno costosi da parte delle società di gestione, a tutto vantaggio di quelle che realizzano economie di scala. “A forza di ridurre i margini e le commissioni, le società che operano con economie di scala saranno probabilmente più libere di apportare i necessari cambiamenti al business”, si legge nello studio.

Ciò è dimostrato dal fatto che negli ultimi anni il settore ha registrato un vero e proprio boom nell’attività di M&A, tanto che il 2018 si è chiuso con un numero di operazioni societarie record, ben 253 stando a quanto riporta la società di consulenza Sandler O'Neill + Partners. Questa tendenza per cui il settore della gestione patrimoniale è sempre più concentrato nelle mani di pochi, è ben lungi dall’essere una novità. Price Waterhouse Coopers, infatti, ne parlava già quasi 10 anni fa quando descriveva il futuro del settore nel report dal titolo 'Asset Management 2020: a Brave New World' (“L’industria dell’asset management nel 2020: un nuovo impavido mondo”), dove si illustravano gli effetti sul settore dell’arrivo di nuovi player rivoluzionari come le società FinTech e tecnologiche (il fondo numero uno al mondo, ad esempio, è di Alibaba) e la necessità per le società di gestione di diventare più globali fino a trasformarsi nei cosiddetti 'megamanager'. 

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Ma la necessità di diventare megagestori non è legata solo alle dimensioni richieste per far fronte all’aumento della regolamentazione del settore, che rappresenta una forte barriera di ingresso per le società più piccole, ma anche al bisogno di offrire una gamma di prodotti sempre più amplia per soddisfare tutte le esigenze degli investitori, sottolineando soprattutto l’importanza che avrebbero in questo contesto gli investimenti alternativi, oggi ormai uno strumento 'mainstream' nelle mani degli asset manager.

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