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Arrivano i Pir 2.0, ma quali sono i rischi?


È cosa fatta. I Pir 2.0 diventano ufficiali e mandano in soffitta i precedenti prodotti. O meglio, i prodotti attualmente offerti (circa una settantina) resteranno tali e quali, vista la pubblicazione in Gazzetta ufficiale il 7 maggio delle nuove norme stabilite dal governo. Dopo mesi di attesa e di gestazione - non senza polemiche - i nuovi piani individuali di risparmio, come previsto, dovranno investire una percentuale minima (il 3,5%) sull’AIM e sul venture capital. Le piccole e medie imprese oggetto d’investimento non dovranno però aver ricevuto risorse finanziarie per oltre 15 milioni né essere operative sul mercato da più di 7 anni. 

L’impianto del decreto, insomma, è anche lo stesso che fin dall’inizio scontentava le case di gestione che sui Pir avevano particolarmente puntato. Senza dimenticare le perplessità più volte enunciate dallo stesso presidente di Assogestioni, Tommaso Corcos. Tra le critiche più importanti c’è proprio la modifica delle percentuali d’investimento che, a detta degli esperti, renderebbero i prodotti meno liquidi e quindi anche più rischiosi. A mettere in guardia in tal senso c’è perfino Bankitalia, nel suo rapporto sulla stabilità: “questi investimenti risultano relativamente rischiosi e caratterizzati da un basso grado di liquidità, anche in ragione delle dimensioni contenute dei mercati dei titoli emessi dalle imprese di minore dimensione. Alla fine del 2018 all’AIM di Borsa italiana erano quotati poco più di 60 titoli emessi da Pmi italiane non finanziarie, con una capitalizzazione complessiva di circa 3 miliardi e un flottante medio del 30 per cento.

Lo scorso anno – continua l’istituto di via Nazionale - quasi la metà di questi titoli non ha registrato scambi per almeno un quarto dei giorni di contrattazione. In Italia operano inoltre poco più di 30 fondi di venture capital di diritto italiano con un patrimonio complessivo di circa 500 milioni e solo alcuni di questi hanno caratteristiche in linea con i requisiti della nuova normativa sui Pir”.

Come a dire, investire secondo i criteri appena ufficializzati non solo sarà difficile per i gestori ma mette l’investitore in una condizione di perdita. “Tali norme aumentano il profilo di rischio dei Pir, strumenti di risparmio rivolti alle famiglie” ribadisce Bankitalia. “Le nuove regole inoltre possono rendere più difficile il rispetto dei requisiti prudenziali di diversificazione e di liquidità previsti per i fondi Pir esistenti, tutti costituiti nella forma di fondi aperti. Aumenta il rischio che i fondi registrino perdite derivanti da vendite di attività in mercati poco liquidi a fronte di episodi di forte volatilità dei corsi che inducano i sottoscrittori a liquidare l’investimento prima di conseguire il beneficio fiscale. Tali perdite potrebbero riflettersi negativamente sui risultati dei Pir, e sulla reputazione degli intermediari che li promuovono. Proprio al fine di limitare questi rischi gli investimenti dei fondi aperti italiani in titoli di PMI italiane e in fondi di venture capital sono attualmente pressoché nulli”.

L'involuzione della raccolta

L’istituto inoltre fa un quadro sulla raccolta fin dal lancio dei Pir a inizio 2017: “tra gennaio del 2017 e giugno del 2018 la raccolta netta dei fondi che rispettano la normativa sui piani individuali di risparmio a lungo termine (pari a circa 13 miliardi) ha rappresentato quasi il 70 per cento di quella complessiva dei fondi aperti di diritto italiano. Nella seconda metà dello scorso anno gli afflussi di risorse verso i fondi Pir hanno registrato un forte calo; i riscatti delle quote sono stati invece contenuti, per effetto della normativa fiscale che incentiva i risparmiatori a detenere tali quote per un periodo minimo di cinque anni. Da gennaio le sottoscrizioni si sono pressoché arrestate a seguito delle modifiche alla normativa introdotte con l’ultima legge di bilancio".

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