Argentina, Turchia e Russia i 'fronti' caldi dell’universo emergente


Elezioni, tensioni geopolitiche e nei rapporti internazionali sono fattori tipici dei mercati emergenti. Le settimane che ci attendono saranno fondamentali per capire l'evoluzione di alcuni degli Stati che compongono l’asset class, a partire dell’Argentina che affronta le elezioni presidenziali del 27 ottobre in una situazione particolarmente delicata dal punto di vista economico. Il Paese deve infatti immediatamente implementare un programma economico credibile, ristabilire le discussioni con il Fondo monetario internazionale e spiegare agli investitori come intende ristrutturare il debito sovrano se vuole evitare il pericolo default.

Basterà il primo turno?

Si sfideranno il presidente uscente Mauricio Macri della coalizione Cambiemos e Alberto Fernandez dei peronisti. Le primarie dello scorso 11 agosto hanno dato un’indicazione importante, con Fernandez che ha ottenuti il 48% dei voti staccando di oltre 10 punti percentuali Macri. La legge elettorale argentina prevede che un candidato debba ottenere il 45% dei voti espressi, o il 40% ma con almeno 10% di vantaggio sull’avversario successivo con il voto più alto, per vincere al primo turno. Un risultato non improbabile secondo Uday Patnaik, head of Emerging Markets Debt di Legal & General Investment Management. “Riteniamo che una vittoria di Alberto Fernandez al primo round sarebbe percepita come un risultato positivo dai mercati”, afferma, sottolineando come il candidato di area peronista abbia già avviato il dialogo con il Fondo monetario internazionale. “L’obiettivo del FMI”, spiega Uday Patnaik, “è di arrivare in Argentina subito dopo le elezioni, e riteniamo che presto potremmo ricevere i dettagli delle politiche economiche di Fernandez”. “Sappiamo”, aggiunge, “che vuole mettere insieme un patto sociale con la comunità imprenditoriale e i sindacati per concordare i salari, per esempio, e ci sono speculazioni da parte del mercato sulla possibilità che i recenti controlli sui capitali saranno rafforzati”.

Venti di guerra

Tensione ancora maggiore è riscontrabile per quanto riguarda la Turchia, dopo l’offensiva di Ankara in territorio siriano con obiettivo allontanare dai confini la minoranza curda. “Fino a solo una settimana fa, la Turchia, contro ogni probabilità, sembrava andare nuovamente bene”, afferma Reza Karim, assistant fund manager di Jupiter Asset Management, sottolineando come la scelta dell’opzione militare rimetta in discussione i risultati economici raggiunti dopo la crisi del 2018. “Vi è un rapporto complicato tra Turchia, USA e Curdi”, analizza, mostrando come le ripercussioni di quanto sta avvenendo non siano limitabili alla sola area interessata dalle operazioni. “Gli Stati Uniti sono alleati con la Turchia e hanno usato i Curdi per combattere lo Stato Islamico. La Turchia considera sia i Curdi che lo Stato Islamico nemici ma, ora che quest’ultimo è quasi scomparso, è entrata in Siria per combattere i Curdi”, aggiunge. “Questo”, specifica, “mette gli Stati Uniti in una posizione ambigua: non esiste un’opzione semplice per gli Stati Uniti e lo stesso governo USA sembra combattuto sul da farsi, minacciando sanzioni ingenti che in realtà si sono rivelate piuttosto ridotte”. “Da nove anni analizzo il debito turco e, in questo periodo, ci sono stati timori significativi su un possibile default, supportati dal debito esterno della Turchia di 450 miliardi di dollari, da un debito di breve termine di 126 miliardi di dollari e da una passività esterna netta di 340 miliardi di dollari”, entra nel dettaglio Reza Karim. Si tratta di cifre molto elevate per un Paese che presenta per lo più un disavanzo delle partite correnti e il bisogno di un afflusso costante di dollari statunitensi per continuare a rifinanziare il proprio debito”, completa.  

Contesto internazionale

Una situazione di vulnerabilità, quella di Ankara, in parte mitigata dall’importanza del Paese nel quadro geopolitico globale. Nonostante la retorica avversa statunitense, si assiste a misure di contrasto contenute. Queste perché, fa notare  l’assistant fund manager di Jupiter Asset Management, “gli USA non vogliono che si crei un’alleanza fra la Turchia e la Russia”, in un momento in cui Mosca sta vivendo inoltre vivendo una fase positiva da un punto di vista economico-finanziario. “La Russia”, analizza Alberto Boquin, research analyst di Brandywine Global, società affiliata Legg Mason, “spicca come uno dei pochi grandi mercati emergenti che può vantare un surplus sia fiscale che nelle partite correnti e dall’inizio dell’anno, il rublo ha rappresentato la valuta più performante in termini di rendimento totale tra quelle dei mercati emergenti”. In ottica prospettica, secondo Boquin, i due fattori da considerare con più attenzione relativamente all’economia russa sono la probabile inversione della politica monetaria in direzione di un allentamento e quella della bilancia dei pagamenti con le importazioni che “sembrano destinate a risalire dopo un brutale declino nel 2014-15”. Nella visione di Brandywine Global, società affiliata Legg Mason, la Russia rimane in una buona posizione. “Il governo ha spazio per attingere ai risparmi fiscali per investire in infrastrutture e stimolare la crescita. Una maggior convenienza dei prestiti ha posto fine ad anni di dolorosa riduzione della leva finanziaria. La Banca centrale ha ampie riserve in caso di un'altra crisi. C’è però da capire in che misura queste buone notizie siano già incorporato nel rublo e, soprattutto, cosa ci riserverà il futuro”, conclude Boquin.

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