Petrolio sui minimi, cause e prospettive future


Contributo a cura di Lorenzo Ippoliti, fondatore di Ippoliti & Partners.

La tempesta perfetta che ha portato il petrolio a perdere oltre il 65% da inizio anno ha avuto origine dal convergere di due formidabili shock, uno dal lato della domanda e l’altro dal lato dell’offerta.

Dal lato della domanda, le politiche di contenimento del Covid-19 implementate dalla quasi totalità degli Stati nazionali hanno comportato un brusco rallentamento delle attività produttive e fortissime limitazioni alla mobilità. Questo si è tradotto in un crollo senza precedenti della domanda di petrolio. Dal lato dell’offerta, la rottura delle trattative tra i Paesi produttori sui tagli alla produzione ha indotto l’Arabia a scatenare una guerra dei prezzi inondando il mercato di petrolio a forte sconto rispetto ai prezzi di mercato. In un contesto già debole, questo ha determinato un ulteriore tonfo dei prezzi del greggio. 

Il crollo ha avuto effetti importanti nell’alimentare una nuova escalation di tensione nel mercato azionario e soprattutto nel mercato del credito. In corrispondenza di un prezzo del petrolio così basso, molti produttori non riescono infatti a raggiungere il punto di pareggio e per molti di essi, primi tra tutti i più indebitati shale producer statunitensi, diventano inevitabili downgrades e defaults. L’effetto negativo del ribasso del petrolio sul debito delle compagnie petrolifere ha esacerbato la tensione sugli spread di credito già indotta dalla crisi in atto. Questo ha originato un sell-off violento sul mercato delle obbligazioni corporate la cui portata è stato amplificata dalle condizioni di estrema illiquidità di quel comparto. Solo l’annuncio da parte della FED di nuovi e importanti programmi di acquisto sul mercato primario e secondario corporate ha riportato una certa tranquillità in un settore che ha sfiorato l’implosione.

L’effetto destabilizzante per i mercati di un prezzo del petrolio sui minimi (nonché l’ulteriore pressione al ribasso sulle aspettative di inflazione che questo induce), ha spinto l’amministrazione americana a premere sui paesi produttori per trovare un nuovo accordo. Dopo una intensa trattativa, i Paesi OPEC+ hanno deciso una riduzione della produzione pari a 9.7 milioni di barili al giorno. Al tempo stesso, altri Paesi non-OPEC, Stati Uniti e Canada in testa, si sono impegnati ad effettuare ulteriori tagli alla produzione.

A parte una iniziale, limitata euforia alla vigilia dell’accordo, l’effetto sui prezzi è stato però trascurabile e il WTI si è riportato questa settimana in area 20. Nel breve periodo qualsiasi taglio dell’offerta è infatti insufficiente a controbilanciare gli effetti negativi sulla domanda di un arresto volontariamente indotto dell’economia che non ha precedenti nella storia. Per il mese di Aprile l’IEA (International Energy Agency) si aspetta un calo della domanda pari a 29 milioni di barili al giorno afronte di un consumo medio giornaliero che si aggira sui 100 milioni di barili. L’obiettivo dei minimo tagli è comunque quello di scongiurare il collasso completo dell’infrastruttura logistica dell’industria petrolifera, che si avvia verso il limite della sua capacità di stoccaggio. 

È lecito attendersi una ripresa dei prezzi?

Tutto naturalmente dipende dall’evoluzione dei lockdown. Nel caso in cui, come sembra, si vada verso una graduale ripresa dell’attività produttiva nei prossimi mesi, si dovrebbe registrare un eccesso di domanda rispetto ad un’offerta limitata dai tagli che aiuterebbe a smaltire le scorte accumulate. 

In questo caso è possibile che si vada verso una risalita dei prezzi. Il livello a cui convergerà il nuovo prezzo di equilibrio dipenderà però anche da quanto alcuni aspetti della vita al tempo della pandemia, quali il ricorso allo smart working, una diminuita mobilità e una maggiore sensibilità rispetto ai temi ambientali, diventeranno strutturali e continueranno ad influenzare la domanda di petrolio nel lungo periodo.

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