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Amundi, andare in profondità per trovare valore


“Un rallentamento economico globale concentrato nella prima parte del 2019, con una possibile ripresa nel secondo semestre a partire dai mercati emergenti”. Un ottimismo da limitare però al breve periodo, secondo Monica Defend, head of strategy di Amundi, poiché l’inversione di politica monetaria da parte della Fed non sarà sufficiente a spingere l’equity globale. Il settore manifatturiero, in particolare, è visto in difficoltà negli Stati Uniti, Germania e Italia.

Un contesto di investimento in cui trovare opportunità significa andare ad analizzare i dettagli, privilegiando una filosofia bottom-up molto selettiva. Un approccio Diogene, dal nome del pensatore greco che usava girare con una lanterna in cerca dell’uomo, quello identificato come vincente nell’attuale scenario da Amundi e che trova una delle sue concretizzazioni più compiute nel fondo Amundi Funds II - Pioneer Income Opportunities, strumento multi-asset gestito da Marco Pirondini, lead portfolio manager e head of equity US della casa di gestione.

“Il nostro punto di partenza è l’esigenza di reddito associata alla preservazione del capitale. Guardiamo al mercato con lenti diverse rispetto alle tradizionali divisioni per asset class in modo da generare un alto livello di income, nell’ordine del 4,5% lordo per quanto riguarda la classe europea dello strumento, e contemporaneamente una discreta crescita del capitale, tra il +1% e il +2% in un orizzonte da tre a cinque anni”, afferma Pirondini. Per farlo il team di gestione non si pone limitazioni di universo investibile, ma mira ad identificare le migliori opportunità attraverso una discesa in profondità in quelle che sono considerate asset class di secondo e terzo livello, più lontane dai benchmark tradizionali.

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“Avvalendoci del supporto di tutti i team di ricerca presenti in Amundi”, spiega l’head of equity US, “andiamo a scandagliare tutti gli strati delle classi di attivo, studiando nel dettaglio ogni singolo caso in ottica di inserimento in un portafoglio diversificato in cui ogni posizione va dal 2% al 6% del totale”. Particolarmente importante focalizzarsi su esempi concreti per comprendere la peculiarità di uno strumento che si propone di restituire risultati tanto significativi agli investitori.

“Siamo entrati abbastanza scarichi nell’ultimo trimestre 2018 e l’inizio d’anno è stato per noi un momento di aggiunte importanti in termini di rischio”, rivela Pirondini. “In particolare”, prosegue, “abbiamo inserito posizioni su infrastrutture petrolifere negli Stati Uniti e in alcune majors europee sempre del settore oil. Le prime, realtà proprietarie di pipeline e storage facilities, non sono presenti in nessuno dei principali indici e offrono dividendi compresi tra il 6% e il 10%, con un potenziale di apprezzamento del capitale del 2,5% annuo. Le seconde hanno invece attirato la nostra attenzione per il netto miglioramento apportato nei bilanci e per importanti flussi di cassa, oltre che per dividendi che si attestano tra il 5% e il 6%”.

Lo studio del dettaglio di ogni posizione è la cifra distintiva dell’approccio del team di gestione che opera scelte puntuali anche per quanto riguarda le esposizioni più tradizionali. Relativamente al debito emergente, ad esempio, l’unico Paese presente attualmente in portafoglio è l’Indonesia. Nell’high yield, invece, comparto importante che pesa nell’intorno del 14% del portafoglio, viene operata l’esclusione del settore petrolifero a testimonianza di come la decisione di allocazione entri in profondità anche relativamente alla modalità di esposizione, differente a seconda delle caratteristiche di ogni singolo asset identificato come meritevole di essere investito.

Ciò che fa la differenza”, afferma Pirondini, “è l’approccio, poiché non esistono periodi senza opportunità. Adottare una visione laterale in grado di spingersi oltre gli schemi predefiniti permette di andare a scovare valore laddove si nasconde”. Per dimostrare tale tesi l’head of equity US di Amundi porta il caso relativo a uno dei titoli più conosciuti in assoluto risalente al 2016. “In quell’anno”, sottolinea, “Apple quotava sette volte gli utili. Un’occasione sotto gli occhi di tutti che non sono stati in molti a sfruttare appieno”. "Bisogna essere in grado cambiare angolazione", conclude Pironidini, "per riuscire a vedere le opportunità che ci circondano".

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