Yuan sopravalutato? Forse


Il tasso di cambio tra dollaro Usa e yuan sembra stabile sotto 6,4 mentre i mercati finanziari tornano a scommettere sui tempi del rialzo della Fed con un recupero del dollaro. Secondo gli economisti, comunque, l’Asia resta la regione con più potenzialità di crescita nei prossimi anni
La preoccupazione di una svalutazione della valuta cinese è stata per il momento arginata, dopo gli interventi della banca centrale PBoC (People Bank of China) e le immissioni di liquidità atte a tenere il sistema finanziario cinese in equilibrio. Le tensioni erano in corso da qualche tempo per l’estenuante caduta dei listini azionari cinesi, mentre si sono acuite recentemente in seguito al calo di fiducia sull’economia orientale che ha invaso tutti i mercati internazionali.

La domanda ancora in testa agli investitori è: il calo dello yuan rispetto al dollaro statunitense è stato sufficiente o ci si devono aspettare altre svalutazioni?. “In effetti la perdita di valore della moneta cinese si è dimostrata limitata al 4% e questo lascia aperti alcuni dubbi sugli effetti reali rispetto ad eventuali obiettivi politici”, commenta Corrado Caironi, investment strategist di R&CA. Continua: “in verità se si fosse pensato ad un rilancio di crescita economica ed aumento delle esportazioni, il calo doveva essere più marcato, nella misura di oltre il 10%, per essere capace di generare un impatto sulla seconda economia mondiale. Gli interventi della PBoC a sostegno della sua moneta escluderebbero quindi una strategia di svalutazione se non estremamente controllata. Bisogna anche sottolineare che in questi anni è molto cresciuto l’indebitamento privato in valuta forte, quale il dollaro Usa, e questo porterebbe problemi sui rimborsi”.

Tra dollaro e yuan... la Fed

Gli analisti per rispondere indirettamente alla domanda sottolineano che la Banca Internazionale dei Regolamenti (Bank of Interna-tional Settlements) stima una sopravalutazione dello yuan di oltre il 30% rispetto ai suoi partner commerciali e alle valute più ‘costose’ tra i 60 Paesi più importanti. In effetti, aggiungono, che storicamente la Cina ha saputo giocare con attenzione il ruolo della sua moneta a livello internazionale. Prima della crisi del 2008 il governo ha mantenuto basso il valore dello yuan per sostenere la competitività e aumentare le proprie riserve valutarie. “Dopo la crisi finanziaria si è assistito a un lento e graduale apprezzamento contro dollaro, da 6,8 fino a 6,05 di inizio anno, trascinato dall’espansione economica e dall’aumento del credito. Negli ultimi due anni la situazione economica internazionale è cambiata, con il calo dell’euro, la debolezza di mercati emergenti e la caduta dei prezzi delle materie prime, ingenerando importanti variazioni nel livello dei cambi”, precisa Caironi.

Gli analisti sono convinti che sarà il decoupling di politica monetaria a indurre la successiva svalutazione dello yuan in virtù di due politiche monetarie opposte, la Fed orientata alla normalizzazione al rialzo dei tassi di interesse e la PBoC che continuerà nella sua politica accomodante. Le attese vedono gli interventi della banca centrale cinese dare spazio a una maggiore flessibilità del tasso di cambio sebbene con un monitoraggio continuo. La valutazione stessa per l’ingresso della moneta cinese nel paniere delle valute convertibili del Fondo Monetario Internazionale è stato spostato al prossimo anno e questo sembra sostenere la tesi di un processo di un ulteriore aggiustamento nei rapporti valutari anche alla luce delle prossime scelte della Fed. L’andamento alquanto altalenante dei mercati azionari sta riportando l’attenzione alle singole economie e in particolare sulla capacità di sostenere prospettive economiche rispetto alle potenzialità di crescita. Da questo punto di vista gli analisti si sono maggiormente soffermati sulla regione asiatica che nelle ultime settimane è l’epicentro di un picco di volatilità.

I peggiori e i migliori

Secondo gli economisti, l’Asia rimane la regione con più potenzialità di crescita anche nei prossimi anni. “La moderazione dei tassi di sviluppo trovano comunque motivo in una crescita più lenta della popolazione in età lavorativa in molti Paesi, oltre a fattori strutturali quali l’aumento dello stock di capitale e la produttività totale dei fattori produttivi. Rispetto ai due precedenti cicli economici, prima e dopo la recessione globale, ci si aspetta che Sud Corea, Tailandia e Singapore vedano un declino più forte nel potenziale di crescita nei prossimi anni, mentre Malesia, Indonesia, Filippine e India possano mantenere un buon trend. Secondo le recenti analisi la Cina, quale soggetto più influente, dovrebbe rimanere l'economia a più rapida crescita con tassi di espansione tendenziale di circa il 6,7% da qui al 2020”, conclude.

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