Un mercato sensibile alla politica monetaria


Se c’è qualcosa che le banche centrali hanno capito durante quest’ultima crisi finanziaria è che la comunicazione è fondamentale. Con l’arrivo di Mario Draghi, a fine 2011, in Europa si comincia a parlare di forward guidance come di una grande novità. Adesso i mercati e gli investitori si sono abituati ad ascoltare la BCE e perfino ad anticipare la view dell’istituzione per ottenere alfa. L’ultima dimostrazione è stata pochi giorni fa, quando al Forum delle banche centrali di Sintra, in Portogallo, Draghi dichiarava che “la BCE seguirà il recupero aggiustando le proprie politiche”. La reazione principale del mercato è stato l’aumento della redditività delle obbligazioni tedesche e un euro a massimi rispetto agli ultimi dodici mesi. Come precisava Bloomberg il giorno dopo, il mercato "ha male interpretato” il discorso sui tempi di ritiro del Qe."Le dichiarazioni del presidente avevano lo scopo di fornire un quadro bilanciato nel riconoscere la forza dell'economia dell'Eurozona e la necessità di proseguire con le misure di stimolo", affermano gli analisti.

Che fosse o meno un’interpretazione errata, l’esperienza della settimana appena trascorsa suggerisce come il mercato sia molto sensibile ai prossimi cambi di politica monetaria a livello mondiale. “Ogni indicatore macro nel corso delle prossime settimane potrà modificare in un senso o nell’altro tali aspettative”, osserva Alberto Biolzi, responsabile direzione wealth management di Cassa Lombarda. “Il focus del calendario macro negli Stati Uniti sarà il rapporto sull’occupazione di venerdì 7 luglio. Il mercato si attende dati solidi – 180 mila nuovi posti di lavoro contro i 183 mila del mese precedente. Nel corso della settimana saranno, inoltre, diffusi altri dati di rilievo: ISM manifatturiero e servizi, ordini di fabbrica, bilancia commerciale. Molto importanti saranno i verbali dell’ultima riunione della Fed per capire la view sull’inflazione dei banchieri centrali americani. Sempre venerdì la Fed diffonderà al Congresso il suo report di politica monetaria”. In Europa invece, continua l’esperto, “è prevista la pubblicazione degli indici PMI, ma maggiore attenzione sarà rivolta ai verbali del meeting Bce di giugno e agli interventi di diversi esponenti, tra cui il presidente della Deutsche Bundesbank Jens Weidmann e il membro del consiglio direttivo della Bce Ewald Nowotny”.

Gli eventi insomma sono ancora molti, prima di capire se quest’estate sarà davvero tranquilla. A mettere balsamo ci pensa Andrew Bosomworth, responsabile della gestione del portafoglio di PIMCO in Germania, che parla di reazione spropositata dei mercati. L’esperto sostiene come “la normalizzazione della politica monetaria della BCE non sia mai stata una questione di ‘se’ ma di sequenza logica, tempismo e calibrazione. I mercati finanziari hanno reagito al discorso di Mario Draghi in modo da suggerire che la BCE possa cambiare tutti e tre questi parametri di normalizzazione delle politiche. Un euro più forte, maggiori rendimenti delle obbligazioni sovrane e prezzi più bassi delle azioni riflettono le mutevoli aspettative per un ritiro più potente e più rapido degli stimoli e possibilmente un riordino della sequenza”. Bosomworth insomma interpreta il discorso di Draghi come coerente con i cambiamenti della BCE in termini di forward guidance e non come una variazione interventista.

Comunque vada, sarà volatilità

Ad ogni modo, che le prime vere mosse delle banche centrali siano a settembre o meno, come spiega Mark Burgess, CIO EMEA e responsabile azionario globale di Columbia Threadneedle Investments, il ritiro del QE potrebbe causare un aumento della volatilità sui mercati e una lotta tra le banche per assicurarsi la restante liquidità nel momento in cui l’offerta di titoli di Stato inizierà ad assottigliarsi. “È difficile evitare che l’inizio del tapering provochi ondate di vendite. Tuttavia se l’inflazione non arriverà alle stelle, le azioni potrebbero rimanere per qualche tempo relativamente indenni”, aggiunge. Per l’esperto il QE ha assolto il suo compito di salvagente per molte delle principali economie “e ora le banche centrali devono tornare a riavvicinarsi ai normali livelli pre-crisi, in modo da premunirsi adeguatamente in vista della prossima inevitabile crisi. Gli istituti centrali non vorranno inoltre tenere i tassi artificialmente bassi, giacché questo potrebbe causare problemi più gravi, creando ad esempio una bolla sui mercati obbligazionari.

I mercati dei titoli di Stato dei Paesi sviluppati mostrano già segnali di una tale bolla, come ha affermato Jim Cielinski. Ma se i tassi d’interesse reali fossero sproporzionatamente bassi, non si dovrebbero osservare indizi di inflazione e di un’eccessiva assunzione di prestiti? O forse no, vista la persistente cautela degli investitori dopo la crisi finanziaria globale e la forte reazione dei mercati alle notizie dei fallimenti bancari? Le banche centrali dovrebbero forse sfruttare l’enfasi posta dai media sulla politica per effettuare qualche rialzo dei tassi senza dare troppo nell’occhio e riducendo le dimensioni dei propri bilanci mentre i riflettori si concentrano sui politici”, suggerisce Burgess.

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