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Trump: commercio, protezionismo e mercati


Commento a cura di Richard Flax, Chief investment Office di Moneyfarm.

Perché ne stiamo parlando? 

Gli Stati Uniti avranno a breve un nuovo presidente - la cui visione sul commercio internazionale (essenzialmente, il libero scambio è sbagliato) sono opposte a quelle prevalenti del pensiero economico. Alzare le tariffe commerciali negli USA potrebbe portare a una controreazione simile da parte delle controparti estere, con ovvie conseguenze negative per la crescita globale.

Accadrà veramente? 

Alcuni spunti sono motivo di preoccupazione. Per prima cosa, il presidente ha già fatto sapere a numerose imprese (note case automobilistiche) che i loro investimenti dovrebbero essere in suolo americano e non in Messico (ottenendo spesso il risultato sperato). Secondo, il presidente ha generalmente un buon grado di discrezionalità sulle politiche di scambio - molto più che sulla tassazione, ad esempio, dove necessita invece del supporto del Congresso. Terzo, le sue maggiori nomine in materia di scambi sono della sua stessa visione, come Robert Lightizer, nuovo rappresentante degli scambi USA, e Peter Navarro, il neo direttore del Consiglio Nazionale sugli scambi (autore del libro “Death By China: Confronting the Dragon - A Global Call to Action”). Quarto, rimane l’impatto che potrebbe avere. Le opinioni variano ma gli economisti di Morgan Stanley hanno pubblicato un grafico molto interessante. Secondo le loro stime, l’istituzione di una tariffa commerciale porterebbe a un generale aumento della crescita nel breve termine per gli USA, per poi crollare drasticamente nel lungo.

Infine, va sempre ricordato che gli Stati Uniti non sono mai stati un’economia particolarmente aperta, e quindi i cittadini si interessano relativamente meno agli scambi. Solitamente si definisce l’apertura di un Paese come scambi totali (import + export) in percentuale del PIL. Guardando i numeri per il 2015, vediamo come gli USA siano infatti una delle economie più chiuse secondo questo parametro. Gli scambi in % al PIL sono stati intorno al 28% nel 2015, rispetto a Paesi più aperti come la Gran Bretagna al 56% o l’Italia al 57%. L’economia più chiusa del 2015 (fra quelle di cui abbiamo dati disponibili) è stata quella del Sudan con un bassissimo 19%.

Cosa significa per i portafogli?    

La reazione potrebbe essere mista. Da un lato, le preoccupazioni in materia di scambi internazionali circolano ormai da qualche tempo. Il peso messicano vi ha purtroppo dovuto fare i conti e ne ha chiaramente sofferto. Si potrebbe quindi dire che questi timori sono già stati prezzati dai mercati. Ad ogni modo, guardando alle valutazioni stellari degli asset rischiosi, è difficile dire che essi stiano realmente prezzando uno sfavorevole scenario di guerra sulle tariffe - visti anche i prezzi dell’azionario globale. In conclusione, il ragionamento di fondo è che le conseguenze potrebbero appartenere a due opposti scenari, ma la vendita di titoli sui mercati emergenti, ad esempio, potrebbe costituire una buona occasione per gli investitori nel lungo termine.

Società

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