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Tre ragioni per chiudere o fare una fusione di fondi: performance, redditività e consistenza


Il numero di nuovi fondi lanciati in Europa si è ridotto nel 2013, ma é diminuito anche il numero di fondi che sono stati chiusi nello stesso periodo, dal momento che la maggior parte dei fondi che scadevano sono stati rinnovati automaticamente. E' uno dei dati che evidenzia la società di consulenza statunitense Cerulli Associates nel suo ultimo rapporto ‘The Cerulli Edge-Global Edition’, nel quale raggiunge la conclusione che "l’industria dei fondi di investimento europea deve agire con decisione e accelerare il processo di razionalizzazione della gamma e di chiusura o fusione di fondi".

"E' sorprendente come molte società di gestione continuano a mantenere fondi che durante anni hanno registrato comportamenti mediocri e i cui assets potrebbero (o dovrebbero) fondersi con fondi simili, ma più redditizi", ha detto Barbara Wall, direttore di analisi per l'Europa di Cerulli Associates. "Questa situazione si verifica sia nel Regno Unito che nell’affollato mercato europeo dei fondi".
Per confrontare le prestazioni dei fondi, Cerulli ha analizzato la loro percentuale media di ‘battuta’, cioè la percentuale di giorni in cui un fondo supera, o almeno pareggia con il suo benchmark in un periodo di tempo determinato. "Abbiamo definito come ‘fondi atroci" quelli con una percentuale di battuta tra lo 0 e il 25%, il che significa che, nella migliore delle ipotesi, questi fondi hanno superato o uguagliato il suo indice di riferimento un giorno su quattro per un periodo di 10 anni", spiega la società di analisi. "In Europa, abbiamo identificato 122 fondi (esclusi quelli del mercato monetario), con un patrimonio totale  di 42 miliardi di euro, che rientrano nella definizione di 'atroci'".

Secondo Andrea Florio, direttore finanziario di Finint Investments SGR, “i fattori che maggiormente distinguono la buona risuscita di un OICR devono essere visti nel giusto mix di elementi quali strategie di investimento, masse in gestione e costi di gestione. Questi ultimi due fattori sono rilevanti anche ai fini delle performance attese e sono certamente legati alle tipiche logiche di economia di scala. Un fondo con poche masse in gestione, oltre a risultare poco appetibile alla clientela, è difficilmente commerciabile e non consente di ammortizzare adeguatamente tutti i costi che la normale gestione richiede. Questa tendenza è ancora più alta quando all’interno del fondo alcuni operatori come le SGR, gli advisor del fondo, la banca depositaria o i vari organi di controllo richiedono meccanismi commissionali poco variabili e basati su soglie di minimo garantito che poco si legano alle dinamiche di decremento delle masse in gestione. Ne consegue che la tendenza ad oggi sempre più diffusa nelle SGR, è quella di razionalizzare il processo di gestione dei propri prodotti, cercando di promuovere operazioni di fusione tra fondi di piccole dimensioni che vadano a vantaggio non solo della SGR stessa ma anche dei sottoscrittori che beneficiano di un minor costo in proporzione al loro investimento”.

Tendenza opposta in Italia

Nel 2013 sono stati domiciliati in Italia 141 nuovi fondi, quasi il doppio (un 83% in piú) rispetto all’anno precedente quando i nuovi fondi erano stati 77, secondo dati raccolti da Morningstar. 

Inoltre Cerulli individua anche altri 1.440  fondi di investimento, con un patrimonio di 24 miliardi di euro, lanciati negli ultimi cinque anni, ma che non sono riusciti a superare la soglia dei 50 milioni di attivi gestiti per ogni fondo. "Nel lungo termine, si osserva una relazione tra poco patrimonio e bassa performance" spiegano gli analisti di Cerulli. "Le commissioni sono in calo in Europa, e ciò si ripercuote sul rendimento dei fondi, per questo le società di gestione dovrebbero considerare la fattibilità di questi fondi con poca richiesta".

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