Torna la volatilità. Opportunità o rischio?


Con il quadro definitivo pubblicato dalla BCE, o comprehensive assessment, ci sono evidenti certezze per giudicare oggettivamente lo stato di salute delle banche. Il lavoro della banca centrale ha analizzato i dati di 130 istituti di credito dell’area euro (compresa la Lituania) con una copertura dell’82% del totale degli asset. Dal risultato risultano 25 le banche ‘bocciate’, quasi il 20% anche se tra queste non sembrano essere ricomprese banche di grandi dimensioni e multinazionali. In Italia il numero sarebbe di nove: Mps, Banca Carige, Banco Popolare, Bper, Credito Valtellinese, Popolare di Sondrio, Popolare di Vicenza, Popolare di Milano e Veneto Banca. Il cerchio si stringe alle prime due a seguito degli stress test e della AQR. Banca d’Italia ha comunque sottolineato che per le popolari i dati più recenti vedono un sostanziale recupero dei ratio e l’uscita dalla lista di bocciatura.

Sempre Banca d’Italia sottolinea che il sistema bancario italiano risulta comunque solido nonostante la situazione difficile dell’economia e l’elevato debito pubblico, che comportano un maggiore premio per il finanziamento. Da questo punto di vista infatti i dati sull’offerta del TLTRO vedono le banche delle periferie maggiormente interessate ai finanziamenti come già comunicato dai vertici di Unicredit e Intesa. Spiega Corrado Caironi, investment strategist di R&CA: “per queste due banche è interessante notare la ristrutturazione delle aree di business e di strategia in una logica di snellimento di tutti i dipartimenti e di una chiara mission in vista di una auspicata ripresa. Un esempio a cui tutte le altre strutture bancarie potrebbero aspirare. Non ci sarebbe da stupirsi se dopo tanto lavoro dovessimo assistere a un miglioramento repentino dei profitti dopo le grandi pulizie”. Qualche giorno fa, alcuni strategist statunitensi, nel riprendere il filo del discorso dopo lo shock di mercato, hanno affermato che per individuare le nuove strategie di portafoglio si deve ripartire dall’azzeramento delle performance da inizio anno. Precisa Caironi: “Dal punto di vista dell’asset allocation, un portafoglio Usa fatto da cash, bond, equity e commodity da inizio anno, ha visto un contribuzione positiva solo dai bond, zero da azioni e liquidità, materie prime in perdita compreso il famoso asset difensivo dell’oro. Per l’investitore europeo dobbiamo invece aggiungere la performance positiva almeno delle attività finanziarie in valuta estera. L’aspetto positivo è forse la mancanza di inflazione, che rende ogni piccolo guadagno un ritorno reale”.

A ben guardare in effetti il tema dei ritorni comincia a divenire un problema, perché se è vero che il nemico dei risparmi, l’inflazione, è in panchina, c’è invece una altro fattore che potrebbe compromettere i risultati attesi, ovvero la volatilità. La platea di investitori esposta ai risky asset è cresciuta grazie a tassi di interesse così bassi ma non è più abituata alla volatilità. “Sappiamo inoltre che la volatilità aumenta almeno in due casi: diminuzione della liquidità per effetto di politiche monetarie più restrittive e disallineamento dei mercati finanziari con i dati macro fondamentali”, precisa Caironi. Gli analisti sostengono che nel 2015 dobbiamo abituarci a un livello medio più alto di volatilità rispetto a quanto visto negli ultimi anni e questo richiederà un premio per il rischio maggiore da parte degli investitori.

Rimangono comunque fattori positivi soprattutto legati all’espansione del ciclo economico (anche se lenta), alla solidità delle aziende (hanno molta liquidità in pancia) e della loro redditività. C’è da chiedersi se queste ‘mareggiate’ del mercato servano ai gestori per le proprie performance a discapito di chi, preso da panico, potrebbe sbagliare l’onda e farsi delle grandi bevute. Il focus della settimana vede in Germania il sondaggio IFO; nell’area euro i dati CPI; in USA i Durable Goods Orders, la decisione del FOMC sui tassi e i dati del PIL sul 3Q14; in Giappone la riunione della BoJ.

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