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Strategic beta, maneggiare con cura


Ilmercato degli Exchange traded fund (ETF) è in continua evoluzione e il boom dei prodotti Strategic beta ne è la prova. Strategic beta è la definizione che Morningstar ha scelto per indicare gli indici e gli strumenti finanziari passivi che non utilizzano le metodologie tradizionali a capitalizzazione (denominati anche smart beta). Sono strategie accomunate dall’intento di voler migliorare il profilo di rendimento o di rischio rispetto ai benchmark tradizionali. 

Morningstar raggruppa questi strumenti in tre grandi tipologie: strategie orientate al rendimento (mirano a ottenere un ritorno migliore degli indici standard, ne sono un esempio, i benchmark value, growth o orientati ai dividendi); strategie orientate al rischio (hanno l’obiettivo di ridurre o aumentare la volatilità rispetto a un indice tradizionale, ne sono un esempio quelle low volatility) e altre strategie (comprendono una gamma diversificata che va dagli indici non tradizionali sulle materie prime a quelli multi asset). 

Un settore in crescita

Al 31 dicembre 2015 Morningstar censisce 950 ETF Strategic Beta nel mondo, per 478 miliardi di dollari gestiti. Di questi, 411 sono quotati in Europa per un totale di circa 30 miliardi di euro investiti, contro i sette miliardi di fine 2011. I primi ETF a beta strategico hanno fatto il loro esordio nel 2000 negli Stati Uniti. Alla fine dell’anno scorso, c’erano più di 60 ETF di questo tipo con almeno 10 anni di track record e 147 con almeno cinque anni di vita. Il fatto di avere una serie storica da esaminare è molto importante per gli investitori e anche questo ha contribuito ad accrescere la loro popolarità recentemente. 

Gli ETF 'smart' stanno guadagnando terreno rispetto ai loro 'cugini' che replicano benchmark più tradizionali. La loro quota di mercato è aumentata praticamente in ogni regione, ma in particolare hanno fatto più breccia nei grandi mercati maturi. Ad esempio, questi prodotti rappresentavano alla fine dell’anno scorso il 22% delle masse totali gestite passivamente negli Stati Uniti, ma solo il 3% del patrimonio ETF nella regione Asia-Pacifico. Inoltre, il 91% del patrimonio globale investito in replicanti a beta strategico si trova negli USA.

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Fonte: Morningstar Direct. Dati di tutti gli ETFs strategic -beta azionari ed obbligazionari domiciliati in Europa , esclusi gli ETCs.

Mentre i mercati regionali sono quindi in diversi stadi di sviluppo, ci sono alcuni temi comuni che attraversano le aree geografiche. In primo luogo, le strategie basate su una selezione sui dividendi continuano a essere le più popolari tra i replicanti di questo tipo, il che non sorprende se si considera il contesto attuale con tassi di interesse ai minimi. 

Un altro punto in comune è la crescente complessità dei benchmark replicati dagli ETF di nuova generazione. Questo fa parte della naturale evoluzione del mercato; la stessa cosa è avvenuta quando si è cominciato a sezionare gli indici tradizionali secondo criteri geografici, di stile, di settore e così via. Queste strategie diventano via via sempre più ricche di sfumature, cercando di infondere elementi di pensiero tipici dei gestori attivi in un indice. Mano a mano che i fondi passivi strategici diventano più complessi, cresce anche la difficoltà nel valutarli. Ecco perché la profondità di analisi su questi strumenti è ormai la stessa che sui fondi attivi. 

Il ruolo in portafoglio

L’idea alla base degli Strategic beta è che gli investitori possono investire in una serie di fattori che hanno dimostrato di poter sovraperformare o ridurre il rischio. Tuttavia, alcuni fattori sono più 'provati' di altri. Alcuni sono ben fondati su modelli economici o comportamentali, sono associati a rischi reali ed è per questo che offrono rendimenti superiori. Inoltre, la ricerca accademica ha seguito alcuni di questi fattori per decenni, provando il loro funzionamento. Alcune delle strategie multifattoriali più recenti non si basano sulle stesse teorie accademiche e comportamentali. E certi fondi replicano benchmark che hanno track record molto brevi e che sono stati progettati per il solo scopo di servire come base per l’ETF.  

La ricerca accademica ha dimostrato che alcuni dei fattori su cui si basano gli Strategic beta hanno sì tendenza a sovraperformare, ma su lunghi periodi di tempo, in alcuni casi, molto lunghi. “Questi periodi di tempo spesso sono di gran lunga superiori all’orizzonte temporale dell’investitore medio”, spiega il direttore della ricerca sulle strategie passive di Morningstar, Ben Johnson. “Pertanto, è importante che i potenziali investitori in ETF a beta strategico gestiscano in modo appropriato le loro aspettative di performance da questi investimenti. Per beneficiare di un determinato fattore, gli investitori hanno bisogno del giusto orizzonte temporale”. 

I 'veri' costi 

Man mano che i prodotti diventano più complessi, le commissioni aumentano. Secondo un’analisi dal titolo Assessing the true cost of  Strategic beta ETFs, condotta dal team di ricerca sui prodotti passivi di Morningstar, la nuova generazione di indicizzati è in media più cara dei 'cugini' più tradizionali. 

 

I PRIMI 10 ETF STRATEGIC BETA PER MASSE IN GESTIONE QUOTATI SU BORSA ITALIANA

Nome

Rend. %
da
inizio
anno

Spese di
gestione
%
Patrimonio
gestito
(mln di euro) 
iShares Developed Markets Property Yld
1,78
0,59
2737
SPDR® S&P US Dividend Aristocrats ETF
5,38
0,35
1911
iShares S&P 500 Minimum Volatility
2,24
0,2
1601
iShares European Property Yield
2,54
0,4
1420
iShares MSCI World Minimum Volatility
2,07
0,3
1139
iShares UK Dividend
-8,14
0,4
1012
iShares MSCI Europe Minimum Volatility
-4,07
0,25
901
SPDR® S&P Euro Dividend Aristocrats ETF
0,58
0,3
727
iShares EURO Dividend
-2,29
0,4
676
iShares US Property Yield
1,06
0,4
620

Dati in euro al 10 maggio 2016, al lordo dell'imposta sul Capital gain. Fonte: Morningstar Direct


I più costosi, in termini relativi, sono gli Azionari USA large cap value (con riferimento al paniere S&P 500 e gli indici smart a esso collegati): il TER (Total expense ratio) medio dei prodotti di nuova generazione è dello 0,43% contro lo 0,14% dei tradizionali. 
Lo studio analizza le commissioni, i costi di replica e di trading per 100 Strategic beta (che rappresentano il 52% dell’universo censito da Morningstar) e 77 ETFs tradizionali, domiciliati in Europa e relativi agli indici più popolari. La conclusione generale è che i costi possono essere anche tre volte superiori a quelli degli ETF tradizionali e le differenze maggiori sono nei segmenti dove questi ultimi hanno ridotto sensibilmente le commissioni negli ultimi anni. 

Il valore medio, tuttavia, nasconde un’ampia varietà di prezzi, per cui c’è molta più dispersione rispetto agli ETF market-cap weighted. Inoltre, se si inserisce il fattore temporale, risulta che i costi sono scesi negli ultimi cinque anni dallo 0,53 allo 0,43%. 

Oltre alle commissioni, altri costi degli Strategic beta sono mediamente superiori a quelli dei fondi passivi tradizionali. In particolare, il maggior turnover che caratterizza gli indici smart, si traduce in più alte spese di replica, nella forma di costi di transazione per gli ETF fisici e di swap per quelli sintetici. L’impatto è maggiore sui mercati meno liquidi o che prevedono tasse sulle transazioni (come ad esempio gli Stati Uniti). 

Infine, tendono a essere più elevati anche i costi di trading di questi strumenti perché generalmente sono nuovi e acquistati da investitori per cui i volumi sono contenuti e lo spread bid-ask è più ampio (differenza tra prezzo di acquisto e di vendita). 

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