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Quale sarà il futuro dei fondi socialmente responsabili?


Nel 2015 l’investimento verde ha guadagnato terreno. E non solo perché il clamoroso caso di Volkswagen (qui i fondi al tempo coinvolti) ci insegna che il mancato rispetto delle regole ambientali, sociali e di trasparenza della gestione presenta costi colossali per i consumatori e per gli investitori. Più in generale l’investimento socialmente responsabile risponde ad una accresciuta sensibilità sia dei risparmiatori sia delle società di gestione rispetto all’opportunità di puntare su standard etici elevati. Senza contare che, anche sotto il profilo delle performance, i fondi che si affidano ai criteri ESG pagano. 

Sulla base del patrimonio gestito in fondi etici, i principali player presenti in Italia sono Etica SGR, con una quota di mercato pari al 40%, Eurizon Capital (19%), Bnp Paribas (16%) e Pioneer Investments (15%). Ma nell'anno appena concluso molte SGR hanno lanciato dei prodotti sempre più socially conscious. Come ad esempio, Generali, con il GIS SRI Ageing Population, un fondo che investe per beneficiare del trend di lungo termine dell’invecchiamento della popolazione. Di recente sono stati lanciati anche il fondo Investimenti Sostenibili di Sella Gestioni, basato sull’impact investing, che abbina ai risultati finanziari lo sviluppo ambientale e sociale attraverso risultati concreti e misurabili  e l'UBI SICAV Social 4 Future di Ubi Pramerica, un nuovo comparto di tipo bilanciato obbligazionario che investe seguendo principi di eticità e responsabilità sociale. Per trarre beneficio dal trend delle auto elettriche,  Symphonia SGR ha lanciato il fondo Electric Vehicles Revolucion. C'è poi chi ha perfino creato una filiale interamente dedicata agli investimenti responsabili. Si chiama Mirova, ha 9 fondi in Italia e appartiene alla francese Natixis. Bnp Paribas invece ha pubblicato l’impronta-carbonio (misura l’impatto sulle emissioni di gas serra associate alle scelte di investimento) di 26 fondi della sua gamma internazionale Parvest e ha definito una politica d’investimento “coal free”, applicata ai suoi fondi aperti SRI, che ammontano a 14 miliardi di euro di attivi gestiti. 

Quale sarà dunque il futuro prossimo dei fondi socialmente responsabili nel mercato nazionale? Lo abbiamo chiesto a Etica SGR, l'unica che promuove esclusivamente prodotti etici e che lo scorso settembre ha lanciato anche l'Etica Rendita Bilanciata. "Come pionieri del settore in Italia non possiamo che essere contenti di vedere crescere l’interesse per la finanza etica", dice Federica Loconsolo, responsabile commerciale della società. "Etica Sgr è nata proprio con questa mission: quella di rappresentare i valori della finanza etica nei mercati finanziari, sensibilizzando il pubblico e gli operatori finanziari nei confronti degli investimenti socialmente responsabili e della responsabilità sociale d’impresa. Ovviamente questo comporterà per noi un aumento della concorrenza, ma siamo altresì convinti che ci fornirà un ulteriore stimolo a fare sempre meglio nel fornire un servizio di qualità ai nostri clienti e ai nostri partner collocatori. Siamo inoltre sicuri che la clientela continuerà a sceglierci, premiando la coerenza valoriale di fondo tra i nostri prodotti e i nostri valori aziendali. Oggi siamo infatti l’unica SGR italiana ad istituire e gestire esclusivamente fondi etici: un valore che ci viene riconosciuto dal mercato".

Il 2015 è stato anche l'anno degli accordi di Parigi. "La conferenza sul cambiamento climatico ha rappresentato un’occasione unica per giungere ad un accordo universale sul climate change ed è nostro compito, in qualità di investitori socialmente responsabili, è spronare le società ad adottare comportamenti sempre più attenti e virtuosi", ribadisce la responsabile commerciale. "In tale contesto, è per noi motivo di orgoglio essere stati la prima società di gestione italiana ad aver aderito al Montreal Pledge, l’iniziativa del PRI delle Nazioni Unite che richiede l’impegno a rendicontare e comunicare la carbon footprint degli investimenti azionari. Inserire in ogni programma di sviluppo obiettivi di controllo dei propri consumi energetici e delle emissioni di gas climalteranti derivanti dall’attività non è più soltanto un’opzione, ma diventa un preciso dovere, come contributo reale allo sviluppo sostenibile, anche e soprattutto alla luce dei possibili cambiamenti normativi in Europa e nel resto del mondo".

 


 

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