Prospettive macro. Cosa aspettarsi dal nuovo anno?


La crescita mondiale annua registrata negli ultimi sette anni rappresenta l’espansione economica più lenta della storia dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Questo contesto di crescita inferiore alla media e inflazione altrettanto stagnante ha fatto si che la politica monetaria estremamente accomodante, abbia cominciato ad apparire più come una componente fissa che una risposta temporanea alla crisi finanziaria globale.

Stephanie Flanders, managing director e chief market strategist per l’Europa e UK di J.P. Morgan Asset Management, fa il punto sull’attuale accelerazione della reflazione e la minore enfasi politica, che, a suo parere, “tenderanno in futuro a incrementare i rendimenti delle azioni rispetto alle obbligazioni e a indurre gli investitori a preferire gli attivi ciclici a quelli più difensivi. Sul fronte obbligazionario, sembra inoltre emergere una tendenza sfavorevole alla detenzione di obbligazioni a lungo termine. Tuttavia, non sono scomparsi i fattori strutturali, e a livello di offerta, che frenano la crescita della produttività e gli investimenti globali, spingendo al rialzo la domanda relativa di attivi sicuri. Questi vincoli strutturali, in combinazione con il fatto che gli Stati Uniti sono in una fase molto più avanzata del ciclo reflazionistico rispetto ad altre parti del mondo sviluppato, suggeriscono che per gli investitori la ricerca di reddito e nuove forme di “sicurezza” continueranno a essere fondamentali”.

Philip Saunders, co-head of multiasset di Investec Asset Management, analizza brevemente l’allargamento del ciclo della crescita. “Prezzare i tassi d’interesse comunque più alti e curve dei rendimenti più ripide possono inizialmente rivelarsi disagevoli mentre gli aggiustamenti sono ancora in corso, ma, ad eccezione di alcuni punti caldi di leva finanziaria, l’ampiezza del cambiamento nel nostro scenario potrebbe essere relativamente buona. Pensiamo che l’allontanarsi delle ansie sulla recessione, le prospettive di un’ulteriore estensione del ciclo attuale, e di una situazione economia più armonizzata, dovrebbero alla fine combinarsi per sostenere gli asset di crescita”.

La vittoria di Trump e il voto britannico a favore della Brexit sono due delle sfide più rilevanti degli ultimi anni per lo status quo economico mondiale, che hanno riportato in auge il dibattito intorno all'impatto della globalizzazione sul mondo sviluppato. Sul tema degli scambi commerciali, la mossa dei Paesi ricchi di delocalizzare i centri produttivi all'estero e la conseguente perdita di posti di lavoro nel mondo sviluppato sono state additate dai politici populisti come conseguenze negative del libero commercio. Jim Leaviss, head of retail fixed interest di M&G Investments, spiega come “i redditi della metà più povera del mondo siano cresciuti con la stessa rapidità di quelli dell'1% più ricco del mondo, nei vent'anni fino al 2008, mentre i redditi della classe media del mondo sviluppato sono rimasti stagnanti, il che forse contribuisce a spiegare l'ascesa del nazionalismo nei Paesi avanzati”.

L’esperto aggiunge, “ovviamente ci sono molti altri fattori in gioco, inclusi i voti di protesta contro i governi in carica e le questioni legate all'immigrazione. Il compito che ora devono affrontare gli economisti è la valutazione dell'impatto che può avere sull'economia globale un'amministrazione USA più proiettata all'interno. Se le nazioni cominciano a rinnegare gli accordi commerciali innalzando barriere doganali, potrebbe innescarsi un circolo vizioso di azioni e reazioni destinato a sfociare in una contrazione della crescita mondiale. In un ambiente di questo tipo, perdono tutti”.

Joachim Fels, consulente economico globale, ed Andrew Balls, CIO Global Fixed Income di PIMCO, non si sbilanciano a favore di uno scenario in particolare, e commentano che “oggi gli investitori dovrebbero considerare un approccio prudente incentrato sulla protezione del capitale fino a quando le future politiche non cominceranno a delinearsi con maggiore chiarezza”. E aggiungono, “data l'attuale propensione dei mercati ad oscillazioni eccessive, con movimenti tra le previsioni a lungo termine di una nuova neutralità e un potenziale "nuovo paradigma", nel corso del 2017 dovrebbero materializzarsi migliori opportunità d'investimento per impiegare la liquidità”.

Infine, in tema di mercati emergenti, Sergio Trigo Paz, responsabile EM fixed income, e Pablo Goldberg, portfolio strategist del team EM fixed income di BlackRock, sostengono che “i mercati emergenti si confronteranno nel 2017, con un anno a più transizioni, cosi come ci aspettiamo per i mercati sviluppati e nel loro percorso verso condizioni monetarie più restrittive, per poi imbarcarsi in una espansione fiscale, di impegnarsi in una politica più populista, ed, eventualmente, adottare misure protezionistiche.

Nei mercati sviluppati, le condizioni monetarie più restrittive stanno sfidando i titoli obbligazionari su tutta la linea; tuttavia, vediamo gli emergenti in una posizione di forza nel 2017; a seguito del post repricing delle elezioni degli Stati Uniti”. Gli esperti mettono in evidenza come bilanci sani e una resiliente ripresa della crescita ciclica, sostengano a pieno i mercati emergenti, e come la potenziale spesa in infrastrutture dei mercati sviluppati, supporti i produttori di materie prime ad alto rendimento, mentre il protezionismo commerciale potrebbe invece danneggiare il minore rendimento di nazioni basate sulla produzione manifatturiera. Trigo Paz e Goldberg credono infine che “una selezione attiva del credito e una gestione della duration, sarà la chiave per catturare reddito dai mercati emergenti, cosi come il beta sarà probabilmente meno di un driver per i rendimenti”.

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