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Pro e contro di un lungo periodo di tassi bassi


Europa allo 0,15%, USA allo 0%. Quali sono i vantaggi o svantaggi di percorrere un periodo così lungo di bassi tassi di interesse? E di fronte ai prossimi mesi, dove si troveranno i tassi in Europa?  È chiave poter individuare il momentum dove si trovano i mercati per garantire che le scelte sul portafoglio siano le più convenienti. Alcuni professionisti locali credono che i tassi rimarrano bassi ancora per un periodo prolungato. Ecco le opinioni di Alpi Fondi SGR e Advam Partners SGR.

Guido Alliod, direttore investimenti di Alpi Fondi SGR

"La grande quantità di denaro che le Banche Centrali stanno mettendo sul mercato a tassi vicino allo zero sta generando da un lato la riduzione del costo del debito degli Stati e dall'altro un risanamento del sistema bancario. Tali effetti positivi però sono visibili sull'economia reale solo nel momento in cui la liquidità è trasmessa a famiglie ed imprese che in caso contrario non riesco a far ripartire i consumi.

Inoltre per gli investitori di breve periodo diventa difficile trovare asset interessanti proprio per i tassi bassi, costringendoli ad aumentare la loro duration di portafoglio al fine di trovare rendimenti interessanti.  E' chiaro quindi che, per ora, i tassi bassi avvantaggiano maggiormente i grandi debitori. Infine bisogna sottolineare che, a lungo andare, la grande liquidità immessa nel sistema  dovrebbe far salire l'inflazione ma solo nel caso in cui ci si avvicina  alla piena occupazione, obiettivo che per ora è ben lontano dalla realtà forse proprio perchè  le soluzioni adottate non sono le ottimali. 

Non è nostra abitudine fare previsioni a lungo termine, le nostre strategie si basano sull'interpretazione e sulla valutazione dei dati piuttosto che sulla loro anticipazione. Fatta questa premessa riteniamo che il driver fondamentale sarà l'inflazione, la politica della BCE continuerà a valutare questo dato come base della propria politica monetaria, in questo senso nulla è cambiato rispetto al passato e crediamo che nulla cambierà in futuro. 

Riteniamo molto improbabili movimenti di tassi in rialzo per tutto il primo semestre del 2015 e comunque tassi relativamente bassi per tutto il 2015, dopodichè sarà necessario analizzare gli effetti che tutti gli interventi messi in atto dalla BCE avranno avuto sulla crescita, sul mercato del lavoro e sull'inflazione stessa. 

Luca Passoni, responsabile investimenti di Advam Partners SGR

"Un lungo periodo di tassi bassi produce alcuni principali effetti: impoverisce il risparmiatore in generale e il sistema bancario, assicurativo e pensionistico; trasferisce ricchezza dal creditore al debitore (dalla famiglia allo stato in Italia, dai sistemi creditori ai sistemi debitori in Europa: e, a questo proposito, anche la virtuosa Germania è già indebitata oltre i limiti indicati dagli accordi europei); può spingere ad investimenti non pienamente giustificati da razionalità microeconomica.

Nel breve termine l’ instabilità è provocata certamente dal cambiamento di orientamento nella politica monetaria, anche se questo avvenisse in USA e non in Europa. Queste osservazioni non vogliono essere una critica all’attuale politica economica europea: infatti, anche se le politiche fiscali europee fossero più lassiste avremmo comunque bisogno di un po’ di tempo per produrre un effetto espansivo sufficiente a bilanciare la contrazione economica oggi in atto.
 
La curva dei tassi in Euro tra tre anni potrà essere più ripida di quella di oggi. Il motivo è legato all’ effetto indotto dallo spostamento che ci attendiamo sulla parte lunga della curva in dollari, più forte di quanto potrà succedere sulla parte breve della curva in Euro. Va ricordato infatti che i tassi della parte breve di tutte le curve sono sensibili alla politica monetaria attuata dai relativi istituti emittenti, mentre le parti lunghe di tutte le curve dipendono dalle attese dei mercati, nell’ ultimo secolo dominati dall’ area del dollaro. L'andamento demografico prevalente nel nostro continente non lascia pensare a un forte sviluppo economico locale, di conseguenza la politica monetaria non dovrebbe trovarsi nella necessità di frenare episodi di inflazione da domanda. Se poi ci fossero spinte inflattive causate da shock esterni, un rialzo dei tassi a breve non produrrebbe comunque effetti positivi.

Alla luce di queste considerazioni, non mi sono molto chiari i timori che sembrano ancora prevalere in Germania. Non ritengo credibile il riferimento alla memoria storica della iperinflazione degli anni ’30. Negli anni precedenti la prima guerra mondiale, l’ inflazione tedesca registrò anche valori negativi, le richieste esagerate delle potenze vincitrici della prima guerra mondiale assieme alla scelta di soddisfarle stampando moneta ebbero un ruolo non secondario nel produrre l’ alto tasso di inflazione che ha caratterizzato gli anni della repubblica di Weimar. Ma  è noto a tutti che oggi la Germania  e l'Europa non sono debitori verso potenze esterne come allora.

Anche il rialzo dei tassi di riferimento operato dalla BCE il 9 luglio 2008, proprio all’ inizio di questa pesante crisi, ispirato dall’ ufficio studi guidato da Juergen Starck, dimessosi nel 2011 quando era ormai evidente che ci trovavamo in una situazione non affrontabile usando il freno nella politica monetaria, non risulta comprensibile se non guardando all’ Europa come a una realtà frammentata e non come a una comunità economica che ambirebbe a diventare anche politica.

Come devo interpretare allora, da italiano, le  incertezze o gli egoismi tedeschi? Personalmente, cerco di immaginare che cosa possa frenare lo slancio tedesco verso L'Italia: stiamo mostrando di fare il possibile per meritarci una migliore comprensione? Me lo domando anche a livello di immagine pubblica. Credo che la risposta a questa domanda possa aiutare a capire quanto bassi saranno i tassi in Europa tra tre anni: molto bassi se siamo pessimisti, un po' più alti, comunque meno dei tassi in dollari, se nei tre prossimi anni sarà avvenuto qualcosa di positivo.

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