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PIR, un successo tutto italiano ma guardiamo ad ampio raggio


Contributo a cura di Giancarlo Sandrin, presidente di CFA Society Italy.

Il successo dei PIR in Italia è stato giustamente celebrato. È oggettivo, infatti, che questa iniziativa rappresenti un primo passo verso un maggior riconoscimento dell’importanza del risparmio, in un Paese dove, a tendere, la componente previdenziale pensionistica dovrà essere sostenuta sempre più da forme private di risparmio. Sottolineo però che si tratta di un primo passo verso un più ampio incentivo al risparmio. Sebbene i PIR supportino il risparmio e favoriscano le piccole e medie imprese italiane, possono al contempo generare alcuni problemi.

Il primo, e più lampante, è la scarsa diversificazione offerta al risparmiatore: il 70% del portafoglio in emissioni italiane, di cui il 30% (21% del totale investito) emesse da aziende medio piccole in termini di capitalizzazione. Il secondo aspetto è più ambiguo. La forte domanda di titoli (azioni e obbligazioni) crea un incentivo ad aumentare le emissioni di strumenti finanziari da parte delle imprese.

L’effetto è ovviamente voluto, in quanto si vogliono rendere le aziende italiane meno dipendenti dal sistema bancario, migliorandone al contempo la corporate governance tramite la quotazione. Il rischio è però quello di creare una selezione avversa, in particolare sulle obbligazioni. Emittenti che sino a ieri non trovavano mercato per i loro titoli, a causa della bassa qualità creditizia, oggi riusciranno a trovarlo grazie ad una fortissima domanda. Spetterà quindi ai gestori dei fondi riuscire a discernere il grano dalla zizzania. Ben venga quindi la gestione professionale dei PIR rispetto al fai da te.

Vorrei, però, puntare l’attenzione sul tema della diversificazione e l’importanza di una visione a lungo termine dell’investimento. Porto come esempi i piani d’incentivo fiscale presenti in altri Paesi: USA (401K), UK (ISA), Francia (PEE). Non si vuole trascurare il fatto che in Italia, oltre ai PIR, è prevista un esenzione sino a 5.164,57 euro per gli investimenti sul proprio fondo pensione ma è doveroso valutare ulteriori ‘best practice’ presenti in altri Paesi.

In Inghilterra esistono gli ISA (individual saving account).  Tramite un consulente è possibile creare un piano d’investimento a lungo termine basato sul proprio profilo di rischio, utilizzando una moltitudine di strumenti (azioni, obbligazioni, fondi, ETF e addirittura conti bancari remunerati). L’attuale importo annuo  è di 20.000 sterline e si accumula di anno in anno sino alla pensione. Capital gain e interessi su questi piani sono esenti da tasse fintanto che i soldi rimangono nel conto. Di recente le autorità britanniche hanno inserito la possibilità di investire anche su ‘crowdfunding e peer to peer loans’ (le piattaforme di prestito tra privati). Inoltre, hanno istituito i Junior Individual Saving Account per i minori di 18 anni (massimale ad oggi 4.128 sterline).

Sempre in Europa, degno di nota è l’esempio francese che prevede varie forme tra cui i PERP (Plan Epargne Retraite Populaire), i PEE ( Plan d'épargne d'entreprise) e PERCO (Plan d'épargne pour la retraite collectif). Il primo è individuale e volontario. Il vantaggio fiscale è dato dal fatto che i rendimenti non sono tassati durante la vita lavorativa e al momento della pensione se si opta per una rendita (rispetto a ricevere subito l’intero capitale), questa sarà tassata con l’aliquota ridotta prevista per i fondi pensione. I PEE e PERCO, invece, sono offerti tramite piani aziendali. Il PERP ha un vincolo a 5 anni come i PIR Italiani, mentre il PERCO è vincolato sino alla pensione. In entrambi i casi (a differenza dei PIR) parte dei contributi versati potranno essere dedotti dal reddito e gli eventuali redditi derivati saranno esentasse alla scadenza del piano.

Ciascuno dei tre piani ha un massimale di detrazione dei versamenti dal reddito imponibile che dipende dal reddito della persona e generalmente, per ciascuno, si aggira tra i 3.000 e 4.000 euro di versamenti annui (esclusi i versamenti aggiuntivi del datore di lavoro). In questi casi, quindi, il beneficio fiscale lo si ha anche per il solo versamento, a prescindere dal futuro rendimento del capitale.

In USA, infine, esistono i 401K. Danno la possibilità di investire su un piano d’investimento promosso dall’azienda che può essere costruito (come per gli ISA inglesi) con l’aiuto di un consulente tramite titoli, fondi o ETF. L’importo attuale è di 18.000 dollari all’anno. È possibile investire ogni anno per tutta la durata della vita lavorativa. Il sistema è inoltre definito ‘a tassazione differita’ in quanto i 18.000 dollari investiti sono dedotti dal reddito da lavoro (e quindi esentasse, salvo alcuni contributi previdenziali). Il capitale e i relativi capital gain, dividendi o interessi non saranno tassati sino al momento della distribuzione pensionistica e in quel momento saranno assoggettati alla normale imposta sui redditi, che ragionevolmente sarà molto più bassa, essendo più basso il reddito della pensione. Molti piani prevedono inoltre la possibilità di ricevere prestiti e mutui per la casa usando il piano come garanzia.

Ultima nota di colore: nel 2015 la Corte suprema americana ha dato ragione ad un impiegato che fece causa al proprio datore di lavoro (un’azienda energetica californiana) per non aver dato la possibilità ai sottoscrittori del piano 401K di utilizzare opzioni d’investimento a basso costo (fondi in classe istituzionale o ETF) ma solo fondi con elevati costi di gestione. Nel 2015 l’Investment Company Institute calcolava che mediamente i costi per i 401K in America erano di 0,53% per i fondi azioni e 0,38% per gli obbligazionari.

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