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PIR, attenti al rischio bolla


Il debutto ufficiale è stato incoraggiante. Secondo i dati trimestrali di Assogestioni, usciti qualche giorno fa, i PIR raccolgono 1,1 miliardi di euro. I dati si fermano a marzo e c’è già qualcuno che parla di una raccolta triplicata da inizio anno fino a fine maggio. Comunque sia, le statistiche confermano che l’interesse di gestori e risparmiatori c’è, eccome. I flussi più consistenti sono andati a Société Générale (387,6 milioni) seguita da Mediolanum (296 milioni) e Intesa SanPaolo (222,3 milioni). E le stime di raccolta a fine 2017, almeno secondo il governo, si aggirano attorno ai 10 miliardi. 

Al momento sono 38 i nuovi fondi disponibili sul mercato, di cui solo 15 provenienti dalla conversione di fondi già esistenti. Di questi il 42% (16 fondi) investono solo in equity ed hanno un benchmark azionario italiano, con una componente su mid-small caps più o meno accentuata. Il successo, come analizzato da Intermonte Advisory e Gestione e dal suo vice direttore generale Guglielmo Manetti, ha già avuto un impatto importante sul comparto delle piccole e medie imprese italiane, che hanno beneficiato di un’ottima performance da inizio anno battendo l’indice di riferimento FTSE MIB di quasi 15 punti percentuali.

pirFonte: Ufficio studi Intermonte SIM.

Un buon segno a favore dell’economia reale, se non fosse, come dimostra l’analisi quantitativa della società, che non tutti sembrano beneficiare dei flussi raccolti. E, secondo lo studio, il rischio di una bolla non è poi così lontano. Gli analisti infatti, esaminando i 249 titoli mid e small cap che rientrano nell’universo investibile dei PIR e dividendoli in quattro gruppi in base alla grandezza e soprattutto al volume medio degli scambi giornalieri, fanno una prima costatazione: “da inizio anno il mercato ha chiaramente favorito le mid-small caps di maggiori dimensioni e, soprattutto, più liquide”, dicono in prima battuta. E poi aggiungono come “investire nei tre quartili meno liquidi ha invece comportato rischi maggiori rispetto al rendimento medio, ma anche ritorni più alti con uno stock picking corretto”.

Un segmento poco studiato

Secondo lo studio il problema è che il grado di copertura di questi titoli è assolutamente inadeguato: solo il 25% delle società è coperta da almeno tre broker, il 35% ha al massimo due stime aggiornate e ben il 41% delle società non ha neanche una stima reperibile aggiornata negli ultimi 6 mesi. “Ci sembra una rappresentazione abbastanza sconfortante dell’universo investibile da parte dei nuovi fondi PIR, ma per noi, che siamo da lungo tempo osservatori della realtà del mercato azionario italiano, non è purtroppo sorprendente”, dicono gli analisti. Per Intermonte infatti sono tre i motivi di questa bassa copertura del mercato delle mid-small caps italiane: il massiccio disinvestimento da parte delle case di ricerca globale sull’Italia negli ultimi anni; l’atteggiamento ‘mordi e fuggi’ da parte di molte investment bank e il fatto che l’attività di ricerca sia costosa e la pura intermediazione sempre meno remunerata.

A maggior ragione sui titoli delle piccole e medie imprese. Prima del lancio dei PIR infatti i fondi puri azionari Italia ammontavano a soli 10 miliardi di euro. E solo 5 prodotti avevano un benchmark esplicito sulle mid e small caps italiane. Insomma “malgrado aver offerto ottime performance, le mid-small caps italiane sono state negli ultimi 5/7 anni una nicchia quasi per amatori dove solo pochissimi broker e case di investimento domestiche hanno mantenuto un investimento adeguato”, spiegano dalla società.

Rischio bolla?

Insomma, nonostante un debutto positivo, Intermonte pone dei dubbi sui nuovi Piani individuali di risparmio. Da una parte al momento si investe solo sulle società più conosciute, liquide e con una capitalizzazione importante. Dall’altro lato manca una copertura adeguata di questo segmento che per anni è stato trascurato.  “Speriamo che ci possa essere un circuito virtuoso che partendo dai flussi sul segmento, riporti domanda di ricerca sulle mid-small caps e, soprattutto, sia in grado di remunerarla in maniera economica”, aggiungono gli analisti. Senza un cambio di rotta, insomma il rischio di bolla è probabile.

In conclusione poi la SIM si sofferma sulla nascita degli ETF PIR: “ci lasciano ancora più perplessi”, dicono, perché “fatichiamo a vedere il razionale di un approccio quantitativo ad un universo dove per sua natura la dispersione di performance è notevole e non sembra logico concentrarsi solo sulle prime 20 o 40 società più liquide”. Tanto più che lo stock picking, come dimostra lo studio, è il vero strumento per cogliere le opportunità. “Questo vuol dire prendersi maggiori rischi e, soprattutto, avere le capacità di analizzare anche le società meno coperte da ricerca fondamentale. Fatichiamo a pensare che con un ETF si riesca a raggiungere questo obiettivo”.

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