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Perché la deflazione è negativa?


E’ da qualche tempo che si sente parlare sempre più spesso di è un fenomeno che nessuno, almeno tra le generazioni più giovani, aveva mai visto prima: la deflazione.

La deflazione consiste in una diminuzione del livello generale dei prezzi ed è l’esatto contrario della ben più nota e demonizzata inflazione.

Per chi li ha vissuti (io ero una bambina/ragazzina) negli anni '70 e '80 del secolo scorso il nostro paese era profondamente impegnato nella lotta contro il carovita, e io ricordo perfettamente il disagio di quando l’inflazione era a due cifre, i prezzi continuavano a crescere e i risparmi si assottigliavano, pur dando tassi di interessi che oggi ce li sogniamo. Nel tentativo di arginare il fenomeno ad un certo punto fu addirittura abolita la scala mobile che indicizzava automaticamente i salari all’inflazione e che generava un circolo vizioso: l’aumento dei prezzi faceva crescere i salari che, spingendo i consumi, contribuivano ad aumentare ulteriormente i prezzi. Non sono passati tanti anni ma sembra preistoria.

Ora infatti ci troviamo a combattere contro un nemico altrettanto insidioso e in più sconosciuto. Che c'è di male, viene da chiedersi, se il costo della vita scende anziché salire?  

Innanzitutto se i prezzi scendono significa che i consumi sono fermi, la gente spende poco, le aziende sono costrette, per vendere, a ribassare i prezzi, i consumatori sono spinti a spostare in avanti le decisioni di acquisto in attesa di ulteriori cali, per cui sempre più aziende chiudono, sempre più persone rimangono senza lavoro e non possono spendere, e si entra così in una spirale economica negativa. E’ un meccanismo perverso, ma ci siamo dentro tutti quanti fino al collo.

E così si scopre che l’economia è un meccanismo talmente sofisticato che si regge perfettamente solo se i prezzi sono in equilibrio, se non salgono né scendono. Più ci si discosta dalla zero, in positivo e in negativo, più le cose vanno male. Anche se in realtà gli analisti considerano come punto ottimale una inflazione del 2%, considerata “giusta” per una crescita economica sana. In pratica un pò di olio al motore dell’economia.
 
Ma l'effetto più particolare riguarda i debiti: in fase di deflazione il capitale si rivaluta, per cui se io ti presto del denaro, e tu lo tieni per un certo periodo di tempo, quel denaro quando me lo restituisci acquisterà valore.

Poiché (escludendo l'impatto dei cambi e del rischio) il tasso di interesse è dato dalla somma del tasso di inflazione atteso + ciò che mi paghi per l'uso del denaro, succede che: 
- se il tasso di inflazione è negativo (ad esempio -2%)
- e supera il rendimento per l'uso del denaro (ad esempio + 1,5%)
- io che ti presto dei soldi alla fine dell'anno avrò un interesse negativo (-0,5%).

Questo caso mi ha sempre incuriosito quando studiavo finanza aziendale, tant'è che era quasi considerato un caso academico. Fatalità il paradosso è diventato realtà: già ora le banche si prestano fra di loro il denaro a tassi negativi perché conviene di più pagare un interesse per tenere parcheggiato il contante in un posto sicuro piuttosto che prestarlo ai privati e alle imprese.


Ma se il denaro si rivaluta non va certo meglio per chi ha contratto un prestito, perché alla scadenza si trova a restituire un importo “reale” più alto rispetto a quando lo aveva chiesto. Infatti in periodo di deflazione risultano svantaggiati i debitori, soprattutto quando la tendenza è al ribasso perché i tassi di interesse, teoricamente negativi,difficilmente diminuendo compensano il debitore dell’aumento di “peso” del debito. Viceversa con l’inflazione crescente i tassi di interesse spesso rincorrono gli aumenti attesi e favoriscono il creditore che vede svalutato il suo debito. Come ho già detto, è tutto perfetto solo in un mondo statistico. In un mondo in movimento c’è sempre una parte che viene penalizzata perché il sistema non è in grado di adeguarsi velocemente ai cambiamenti. E di solito le banche sono favorite perché sono più veloci ad adeguare i tassi rispetto al contesto economico, soprattutto se è a loro vantaggio.

Questo è solo uno degli strani effetti della deflazione, perché altre distorsioni si hanno per tutti quei rapporti che sono indicizzati rispetto alla variazione dei prezzi, quindi diminuiscono gli affitti, le pensioni e i salari per compensare l’aumento del potere di acquisto. Però tanti di noi, io per prima, fanno ancora fatica a ragionare “al contrario”.E poi se vai a fare il pieno di benzina te ne accorgi eccome che i prezzi sono scesi, ma se vai a fare la spesa in realtà sembra che i prezzi continuino a salire. Perché?  

Perchè la rilevazione della variazione dei prezzi dipende dai beni che sono inseriti nel paniere ISTAT. L’ISTAT è l’istituto che monitora l’andamento dei prezzi di un certo numero di beni detto paniere. Solo che il paniere è un tantino anacronistico e si adegua sempre in ritardo ai cambiamenti sociali (ad esempio fino a qualche anno fa c’erano ancora i fiammiferi), e soprattutto è uguale per tutte le categorie di cittadini, senza fare distinzione tra una persona anziana, una coppia con figli e un giovane “single” che hanno abitudini di consumo completamente diverse. 

Per questi e altri difettucci molti non considerano reale la variazione dei prezzi ISTAT e ricalcolano l’indice in base ad altri criteri. Ma che sia più o meno preciso sta di fatto che la tendenza in atto è questa: oggi aumenta il valore del denaro, e questo avvantaggia i creditori e la finanza, quindi chi ha già disponibilità di denaro, mentre sono svantaggiati i debitori e le imprese, che rimangono ferme al palo.

E così le disuguaglianze aumentano, ma questo sarà oggetto del prossimo post.

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