Perché i mercati stanno crollando?


Il calo del prezzo del greggio e il rallentamento dell'economia cinese stanno avendo un impatto evidente sulle prospettive di crescita globale e sui profitti aziendali, costringendo gli investitori a ridimensionare le proprie aspettative e a rivalutare il prezzo degli asset. Ma ha anche un effetto chiaro sulla politica delle banche centrali, la cui visibilità è diminuita, soprattutto nel caso della Federal Reserve degli Stati Uniti, come testimoniano i cambiamenti introdotti dai suoi leader e contenuti nei discorsi delle ultime settimane. Questo ha provocato una certa agitazione.  Con il primo rialzo dei tassi nel mese di dicembre, la Fed ha annunciato che le cose stavano migliorando... ma i dati riportati da allora puntano in un'altra direzione e gettano incertezza sull’evoluzione economica e su quale sarà la politica monetaria che adotterà la banca centrale da questo momento in poi. 

Uno degli aspetti che sta causando la sterzata da parte della Fed riguarda la debolezza dei dati economici. Nel suo messaggio di fine gennaio, l’autorità monetaria segnalava che l'aumento dei tassi di interesse si sarebbe registrato in modo "molto graduale" a causa del raffreddamento dell'economia globale, sull’evoluzione della quale sarebbe continuata ad essere vigile. In un primo momento, la Fed prevede per quest'anno quattro rialzi dei tassi. Alcuni continuano a fare affidamento su questo dato, come Justine Vroman, co-manager di Pictet AM, che si aspetta una graduale normalizzazione con 3-4 rialzi nel 2016. Ma il mercato, in realtà, non ci crede e ne sconta due, al massimo. È una situazione simile a quella vissuta nel 2015, quando la Fed scontava i rialzi dei tassi e i mercati dicevano il contrario. E furono questi ultimi ad avere la meglio. 

 

Rispetto al 2016, il mercato ha ridotto gradualmente le sue previsioni per i tassi della Fed. E un numero sempre maggiore di voci anticipa uno o nessun rialzo per quest’anno. La teoria vuole che quando la disoccupazione aumenta i tassi diminuiscono e viceversa. E così è stato in passato. Il problema è che il mondo è complicato e ha una forma che fin’ora non avevamo visto. Il peso dei mercati emergenti è molto più alto e l’internazionalizzazione degli effetti più notevole. Le decisioni della Fed si ripercuotono su altre variabili che a loro volta si influenzano a vicenda, restituendo quest’effetto agli USA. In questo senso, anticipare una normalizzazione della politica monetaria avrebbe un chiaro effetto sul dollaro, che si apprezzerebbe. Il rafforzamento del dollaro avrebbe un impatto sull'economia cinese, che rallenterebbe, e anche sul petrolio, il cui prezzo scenderebbe data la sua relazione inversa con il dollaro. Il calo dei prezzi del greggio, a sua volta, contribuirebbe alla crisi dei paesi emergenti…e tutti questi effetti ritornerebbero agli Stati Uniti.

Nel suo discorso di settembre, Janet Yellen ha cercato di anticiparlo ai mercati, allegando fattori esterni per non aumentare i tassi. Ai mercati non è piaciuto ma la verità è che gli USA non sono soli al mondo. Quello che succede nel panorama internazionale finisce per riguardare anche loro. E non c’è motivo di aumentare i tassi in mancanza di pressioni inflazionistiche. C’è di più: alcuni puntano già a un retro front della politica monetaria, vale a dire, alla diminuzione dei tassi di interesse. “La Fed potrebbe annunciare ulteriori rialzi dei tassi ma è molto più probabile che dovrà abbassarli”, affermava Austan Goolsbee, ex consigliere di Barack Obama sulla CNBC. È chiaro che farlo equivarrebbe a riconoscere apertamente che il movimento di dicembre è stato un errore e ingigantire il fantasme dell’errore della politica monetaria. Ma questo cambiamento di programma non sarebbe da attribuire solo alla Fed. Potrebbe valere anche per altre banche centrali, compresa la Banca d'Inghilterra. Il suo governatore, Mark Carney, afferma in modo tagliente che la prossima mossa sarà quella di aumentare i tassi ma non dice quando. “Con una crescita del PIL che nel quarto trimestre era solo dello 0,5% e altri dati tendenti al ribasso, è del tutto evidente che l'economia britannica sta mostrando nel 2016 un dinamismo peggiore a quello previsto inizialmente. È anche probabile che abbia interiorizzato che gli ultimi ribassi del prezzo del petrolio hanno ridotto le possibilità che l’inflazione rimbalzi a breve termine”, ha affermato Paul Diggle, economista di Aberdeen

Tutte queste revisioni sottolineerebbero che l’aumento dei tassi non è ancora in atto. Di fatti, ci sono prove che evidenziano questo cambio di prospettiva. “Ian McCafferty, membro del Comitato, ha deciso di votare contro il rialzo immediato dei tassi dopo esserne stato a favore negli ultimi sei incontri. Ciò conferma l’esistenza del rischio di pressione al ribasso sull’inflazione e sulla crescita economica”, sostiene Azad Zangana, economista europeo presso Schroders. Non vi è dubbio che la crisi della Cina e del petrolio stanno influenzando direttamente le economie, i mercati e la visione dei responsabili per la progettazione di politiche monetarie, dal momento che questi fattori possono provocare effetti a catena che, per ora, sono “know unknows”. Il FMI ha già consigliato di rafforzare il sistema finanziario internazionale in vista di una possibile crisi nei paesi emergenti ... ma, con tassi di interesse minimi e dopo vari QE, la domanda da porsi è: a quali strumenti faranno affidamento le banche centrali per affrontare una nuova crisi?

Caricare
Professionisti
Società

Altre notizie correlate


Anterior 1
Anterior 1

Prossimi eventi