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Per rilanciare la crescita ci vuole più coinvolgimento della politica fiscale


I mercati e gli investitori stanno chiaramente sempre più criticando le politiche monetarie ultra espansive messe in atto da tempo dalle banche centrali e si stanno focalizzando sugli effetti negativi del Quantitative Easing, anche alla luce della sua ridotta efficacia marginale e del fatto che tutta questa enorme liquidità non sia tornata all’economia reale. Tra gli investitori comincia a serpeggiare questo dubbio: come si può sollevare un’economia colpendo gravemente il suo sistema finanziario, che dovrebbe piuttosto fungere da motore principale della stessa? Inoltre sembra ormai chiaro l’appello delle autorità monetarie dei vari Paesi, che chiedono sempre più insistentemente un coinvolgimento della politica fiscale nel rilancio della crescita economica, in una sorta di ideale passaggio del testimone. “Il risultato è stato quello di una ribellione al contesto di tassi bassi o negativi per un lungo periodo di tempo o addirittura per sempre, a cui le autorità stesse ci avevano abituato: si è assistito ad un generalizzato rialzo dei tassi sulle curve dei Bond, con le obbligazioni globali principali vittime del movimento, mentre è stato evidente il beneficio ricevuto dai titoli bancari, che hanno offerto sostegno all’azionario”, fa sapere Omar Angelino, responsabile wealth management di Banca del Piemonte.

Continua: “tuttavia ribadiamo che questo movimento non ha ancora avuto un’estensione tale da configurarsi come un vero e proprio shock sui tassi: basti pensare che il rendimento del Bund decennale staziona ancora nei dintorni dello zero. L’entrata in gioco della politica fiscale, il rinnovato vigore delle quotazioni petrolifere (il dato sulle scorte ha mostrato un calo nettamente superiore alle attese) e dati particolarmente buoni sullo stato di salute dell’economia americana (il dato ISM non manufacturing ha completamente rovesciato il pessimo dato di agosto, relegandolo ad anomalia statistica) sono stati quindi tra gli ulteriori fattori che hanno originato il rialzo dei tassi e che hanno contribuito a modificare le attese sull’inflazione, altro elemento di contagio negativo per i bond”.

L’attesissimo report sul mercato del lavoro negli Stati Uniti ha segnalato un’ulteriore rafforzamento (anche se leggermente inferiore alle attese) ed è risultato neutrale in termini di price action sulle principali asset class. Conclude: “un’ultima nota va dedicata alla sterlina. Le recenti dichiarazioni del primo ministro britannico in merito all’avvio delle procedure per l’uscita dall’Unione Europea hanno impresso un’accelerazione violenta al processo di svalutazione della divisa, già in atto nel corso degli ultimi mesi. La sterlina si è riportata su valori che non si vedevano dai tempi della crisi finanziaria del 2008, mettendo di fatto in difficoltà le scelte di politica monetaria della BoE”.

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