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Paolo Biamino: “Selezioniamo i fondi più adeguati alle nostre esigenze”


Incaricato di fornire elementi di valore e consapevole della responsabilità di tale ruolo, Paolo Biamino ci racconta il suo modello di selezione.

Quali sono i fattori più rilvanti che prende in considerazione al momento di selezionare un fondo?

Il processo di selezione dei fondi di terzi che abbiamo elaborato nel corso degli anni si basa su tre pilastri: la coerenza tra gli obiettivi che il fondo si propone e i mezzi a disposizione del gestore per raggiungerli, la trasparenza del processo di investimento e delle fonti di valore aggiunto, la liquidità degli investimenti. Ogni fondo da noi preso in considerazione deve soddisfare queste caratteristiche. In pratica da sempre preferiamo parlare di “selezione dei fondi più adeguati alle nostre esigenze”, piuttosto che di fondi migliori in assoluto o dalle performance superiori. 

Di regola, quando conduciamo una ricerca, definiamo a priori le caratteristiche desiderabili per un gestore che operi su una determinata asset class o adotti uno specifico stile di investimento. Potremmo prendere ad esempio le obbligazioni corporate high yield. 

Quali sono stati i cambiamenti più importanti che si sono verificati nel settore della selezione di fondi negli ultimi 5 anni?

Prima della crisi del 2007-2008 gli investitori tendevano a considerare il sigillo ucits come garanzia di qualità. La percezione generalizzata era che gli eventi catastrofali estranei al normale rischio di mercato fossero confinati al mondo esoterico degli hedge fund. Nell’agosto 2007, con il blocco del mercato delle asset backed securities, si verificarono i primi fallimenti di fondi ucits distribuiti anche a clientela non professionale. Quei fatti sono stati per noi un campanello di allarme, abbiamo notevolmente rafforzato la nostra capacità di analisi, sviluppando il processo di selezione che abbiamo appena descritto. 

Come percepisce l’offerta attuale (quantitativa e qualitativa) nei fondi d’investimento in confronto ad periodi anteriori?

In Europa il vero spartiacque nell’offerta di fondi comuni è stata la bolla TMT del 2000. In quella fase è risultato evidente come le classiche gestioni a benchmark abbiano deluso le aspettative degli investitori, offrendo una protezione del capitale del tutto insufficiente in una protratta fase di ribasso per i mercati finanziari. Da qui l’offerta è evoluta verso il concetto di absolute return, sfruttando le novità della normativa ucits in materia di strumenti derivati. 

Molte di esse fondavano però la propria proposta di valore sul credito, traendo da bacini potenzialmente sempre più rischiosi e illiquidi man mano che gli spread si andavano contraendo. Sono davvero pochi i fondi absolute return sopravvissuti alla crisi e, dopo il 2008, essi hanno in genere attratto buona parte dei flussi rivolti da investitori istituzionali e privati a questa tipologia di prodotti. Nel frattempo gli eventi accaduti dal 2008 in poi hanno orientato l’offerta lungo direttrici in buona parte già segnate: da un lato il rilassamento di ogni vincolo di investimento, dall’altro la ricerca del carry da credito ovunque esso sia disponibile.

Quali potrebbero essere i miglioramenti nel rapporto con le società di asset management?

Fondamentalmente chiediamo alle nostre controparti una sola cosa, la trasparenza. Ciò significa che ci devono essere offerti la massima disclosure circa il processo di investimento e le ragioni di performance, nonché l’accesso periodico al portafoglio e al gestore. Dopo il 2008 c’è sicuramente una maggiore sensibilità su questi temi. Anche i gestori alternativi che si sono affacciati al mondo ucits, dopo qualche iniziale resistenza, si sono rapidamente adeguati. Sul fronte della trasparenza un utile sviluppo potrebbe essere rappresentato dalla standardizzazione delle modalità di reporting e da un accesso diretto ai dati di portafoglio, possibilmente tramite un database centralizzato. 

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