Ora gli investitori guardano all’economia reale più che alle banche centrali


L’attenzione è sempre più concentrata sulle rilevazioni dei dati macro piuttosto che sulle aspettative di misure di sostegno dei mercati: cruciali saranno la dinamica della crescita e dell’inflazione negli Stati Uniti, dell’economia della Cina e dell’andamento della zona euro. Parla Giulio Casuccio, resonsabile degli investimenti multi-asset e fixed income di Fondaco SGR.

La fase di debolezza dei mercati continua così come l’avversione al rischio e tutte le asset class rischiose sono in fase di correzione, accompagnate da una generale riduzione dei tassi di interesse. La significativa discesa dei rendimenti negli Stati Uniti e il repentino indebolimento del dollaro, in particolare, cosa significano?
Segnalano un cambio delle aspettative degli investitori riguardo le prossime decisioni della Fed, azzerando le probabilità di ulteriori rialzi nel corso dell’anno. I mercati azionari sono scivolati su livelli inferiori rispetto ai minimi osservati il mese passato sia in Europa sia negli Stati Uniti, mostrando una relativa maggiore stabilità nei mercati in via di sviluppo; simile è stata la dinamica del petrolio, sceso sotto i 28 dollari al barile, e delle valute dei paesi emergenti, pur con una relativa eterogeneità. Gli spread nell’ambito del credito sono tornati ad allargarsi, soprattutto sulle emissioni con rating più basso, mentre decisamente più contenute sono state le variazioni dei differenziali di rendimento tra paesi core e periferici all'interno dell’area euro. 

E l’oro?
Ha mostrato la propria natura di bene rifugio, apprezzandosi significativamente nel corso del mese ma rimanendo su livelli inferiori rispetto ai valori massimi raggiunti lo scorso anno. 

Qual è la vostra opinione macroeconomica in questa fase?
Nonostante la dinamica dei mercati sia coerente con uno scenario di forte rallentamento o, addirittura, contrazione della crescita, l’evoluzione del quadro macroeconomico non è stata affatto negativa: pur confermando una relativa debolezza dell’attività produttiva nell’ultimi trimestri dell’anno passato, infatti, gli indicatori di economia reale risultano in linea con una prospettiva di consolidamento degli attuali livelli di crescita. I dati relativi all’economia dell’area euro hanno dipinto uno scenario sicuramente più modesto di quello degli USA. Le prospettive, in questo caso, appaiono più incerte, sicuramente ancora positive ma in uno scenario di maggiore fragilità e vulnerabilità rispetto a possibili shock esterni (ulteriore rallentamento delle economie emergenti) o interni (avvio di una spirale deflazionistica o un’escalation della tensioni sociali e politiche all’interno dell’Unione Europea). 

E la Cina?
In Cina tutte le rilevazioni hanno confermato l’atteso scenario di crescita moderata, particolarmente evidente nel crollo dei flussi commerciali (esportazioni e importazioni) con l’estero nel mese di gennaio, ma rimanendo complessivamente in linea con le attese di un rallentamento graduale dell’economia. Le misure intraprese dalle autorità cinesi e l’utilizzo delle proprie riserve a supporto della valuta locale conferma la volontà di non procedere a una svalutazione aggressiva e evitare un’eccesiva volatilità del tasso di cambio: un’eventuale accelerazione della fuga di capitali stranieri avrebbe effetti decisamente più negativi rispetto al possibile marginale vantaggio competitivo per le merci cinesi, e sarebbe in netto contrasto con la transizione del modello di crescita in atto. 

Soltanto gli ultimi giorni hanno mostrato una relativa stabilizzazione dei mercati e un parziale ritracciamento del movimento delle ultime settimane..
Vero ma il contesto è ancora di elevata incertezza e in assenza di specifici fattori positivi in grado di innescare una ripresa significativa nel breve periodo. L’incremento dell’avversione al rischio degli investitori delle ultime settimane non appare coerente con la dinamica dell’economia reale, giustificando aspettative di un recupero, almeno parziale, dei mercati. La prolungata e decisa correzione in atto, però, aumenta le probabilità, ancora marginali, di un impatto più duraturo sull’evoluzione del quadro macroeconomico e, soprattutto, sulle decisioni delle diverse banche centrali e della Fed in particolare. 

Cosa ha messo in evidenza l’andamento dei mercati delle ultime settimane quindi?
La minore influenza delle banche centrali stesse rispetto alle decisioni degli investitori, sempre più consapevoli (e intimoriti) della scarsità di strumenti espansivi ancora a disposizione delle autorità di politica monetaria. L’attenzione sarà sempre più concentrata sulle rilevazioni di economia reale piuttosto che sulle aspettative di misure di sostegno dei mercati: cruciali saranno la dinamica della crescita e dell’inflazione negli Stati Uniti e dell’economia della Cina, oltre all’impatto dei persistenti elementi di debolezza dell’area euro. In assenza di segnali positivi, non prevedibile nel breve periodo, l’attuale fase di debolezza e elevata volatilità dei mercati potrà proseguire nelle prossime settimane, anche se le valutazioni raggiunte cominciano ad apparire coerenti con una relativa stabilizzazione in prossimità dei livelli attuali.

 

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