Nemesi


Chi trova un amico trova un tesoro. Il significato che diamo all’amicizia cambia da persona a persona e nelle diverse fasi della vita, ma si tratta sempre e comunque di una relazione da cui ci si aspetta qualcosa di positivo. Poi le vicende della vita cambiano le carte in tavola e non sempre si trova in un amico quel che si cercava. Anche gli investitori hanno amici, migliori amici ed ex-amici, di nuova o vecchia data. Il miglior amico degli investitori occidentali è da trent’anni la Banca Centrale. È un rapporto profondo, ci si conosce a vicenda, ci si parla spesso, si condividono i momenti difficili.

Quest’amicizia non ha mai tradito gli investitori: la mano di un banchiere centrale li ha spesso tirati fuori da crisi e brutti momenti negli ultimi decenni. L’imponente salita di quasi tutti i mercati negli ultimi anni è stata la definitiva consacrazione di questo rapporto: spaesati di fronte a crisi del sistema bancario, crisi dell’euro, attacchi terroristici … hanno trovato sempre una banca centrale pronta a risollevare le sorti di portafogli in difficoltà o ad agire di fronte all’inconcludenza di altre istituzioni in momenti cruciali.
 
L’investitore privato o istituzionale è per natura un soggetto debole di fronte alla complessità e all’imprevedibilità dei mercati. Non è un caso quindi che quest’amicizia con le banche centrali sia diventata quasi morbosa: nella solitudine e nell’ansia del 2008 e del 2012, la mano di un banchiere centrale è diventata l’appiglio più sicuro. Lo shock provato nel 2008 da molti operatori, quando sembrò che il sistema finanziario nel suo insieme dovesse dissolversi come neve al sole e che neppure le istituzioni più solide fossero in grado di sopravvivere, ha trasformato questo legame in qualcosa di irrinunciabile anche oggi che forse se ne potrebbe fare a meno o si potrebbe accompagnarlo ad altri legami.
 
I banchieri centrali hanno dato ai detentori di patrimoni quello che volevano: liquidità nei tempi di crisi e rivalutazioni nei momenti di ripresa. Ma qualcosa non convince. Questo rapporto morboso ha fatto perdere agli investitori una lucidità preziosa in tempi ora diventati “normali” e non più d’emergenza. L’amicizia tra persone mature implica un rapporto consolidato, profondo, ricco di ricordi e soprattutto difficile da ripensare: chi metterebbe in dubbio oggi un’amicizia lunga e piacevole? I patrimoni di famiglie e istituzioni oggi sono investiti su titoli obbligazionari che rendono poco o nulla, azioni care nella maggior parte dei casi e valute dei paesi sviluppati volatili come quelle di paesi emergenti. La tranquillità su molti mercati puzza di insalubre per qualunque analista con un po’ di esperienza.
 
Prestare denaro a tassi zero significa fare un favore a chi quel denaro lo prende a prestito. La banca centrale forse non è più il miglior amico dell’investitore, ma del debitore. Sta svolgendo egregiamente il suo compito, di gestione dell’inflazione e di mantenimento della stabilità finanziaria, spostando il suo impegno da un vecchio amico ora in decente salute (i patrimoni di famiglie, fondi…) ad un amico che ha oggi maggior necessità. Il risparmiatore che oggi si ritrova con un patrimonio “risanato” deve quindi essere abbastanza lucido da liberarsi da una amicizia-dipendenza ormai insana per lui. L’appiglio principale deve tornare ad essere la sua stessa professionalità ed intelligenza: la pura esposizione alle forme tradizionali di beta è ormai una strategia rischiosa. La ricerca del valore richiede uno stile proattivo che in questi anni si poteva trascurare mentre tutto saliva. I nuovi amici degli investitori non saranno più i banchieri centrali ma imprenditori in grado di sviluppare idee di valore, governi capaci di fare riforme strutturali e, per chi investe di mestiere, clienti che capiscono il concetto di rischio ed orizzonte temporale.
 
La ricerca di strategie alternative di investimento non sarà più una tematica “satellite” ma un’esigenza “core” dei portafogli. L’universo investibile deve essere ampliato e gli investitori dovranno attrezzarsi per una maggiore e più sofisticata copertura di strategie un tempo ritenute secondarie, troppo rischiose e non sempre investibili. Educare e parlare al cliente diventerà cruciale: il messaggio antico, che rischio e rendimento vanno di pari passo, non è ancora insito nella cultura finanziaria di molti paesi. Educare a prendere e capire il rischio diventa un’esigenza imprescindibile in un contesto asfittico come quello che i mercati tradizionali oggi offrono. Forme di diversificazione temporale potranno servire più che in passato a far digerire ai clienti l’idea che non esiste porto sicuro: prudentemente hanno risparmiato, ma investire prudentemente sarà una strategia perdente.
 
Per chi proprio non potrà permettersi di correre rischi, occorrerà vincere bias comportamentali di vario tipo e fare atto di realismo: i tassi zero sono il costo che si paga per aver avuto i propri patrimoni “salvati” dalle banche centrali nel corso della crisi.
 

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