Minute della Fed: cambia il wording, la possibile reazione dei mercati


Mercoledì sono state rilasciate le tanto attese minute della Fed, all'interno delle quali tutto il mercato attendeva di leggere la fatidica parola "dicembre". Ebbene, si è riproposto il wording che indicava nel "next meeting" (prossimo meeting) il timing possibile per il primo rialzo di tassi ed è stato citato anche il mese di dicembre come possibile momento di azione. Il voto per il mantenimento dei tassi ai livelli attuali è stato quasi all'unanimità, con soltanto il dissidente Lacker che avrebbe voluto un rialzo di tassi già da ottobre (ma questa non è una novità), in quanto di fronte ad un contesto che vede i consumi in miglioramento ed un rafforzamento tendenziale del mercato del lavoro occorre valutare tale mossa.

All'interno degli altri membri, si sono susseguite discussioni che vedevano taluni più moderati, il che significa valutare attentamente un basket di dati macroeconomici di qui a dicembre prima di decidere una mossa che potrebbe risultare avventata, taluni più possibilisti per un effettivo rialzo di tassi a dicembre, sottolineando che il fattore più importante su cui si concentreranno i mercati risulta essere il ritmo di rialzo successivi al primo, sul quale tutti i membri sono d'accordo di procedere molto lentamente. Il rischio ravvisato da alcuni membri del FOMC, relativo e derivante dal cambiamento di termini deciso, è di creare delle aspettative troppo forti tra gli operatori, che potrebbero ancorare le proprie aspettative su quella scadenza temporale senza dare importanza al fatto che la Fed dovrà valutare tutti i dati macro che arriveranno nel prossimo mese.
Gli intenti del cambiamento di wording all'interno delle minute, dichiarati dalla Fed, sono quelli di passare il messaggio che, nonostante non siano state prese decisioni di nessun genere, potrebbe risultare appropriato iniziare il processo di normalizzazione della politica monetaria il prossimo dicembre in quanto eventuali shock derivanti da tale decisione potrebbero non impattare sull'outlook economico americano (con dati che stanno confermando come possa essere effettivamente possibile raggiungere il target di medio periodo relativo all'inflazione, grazie ai continui miglioramenti sul fronte del mercato del lavoro).
 
La reazione dei mercati è stata incerta all'inizio, con il dollaro acquistato, per poi lasciare spazio velocemente a vendite di biglietto verde, di fronte a borse che hanno iniziato a salire e che, soltanto in Asia sul Nikkei hanno mostrato delle prese di profitto durante la notte, trainando con esse il USD/JPY, che poi è andato a ricorrelarsi nel brevissimo termine con le vendite di dollaro  che hanno ricominciato, timidamente, ad affacciarsi sul mercato a partire da stamattina. Il dollaro americano è stato venduto immediatamente contro le altre major (EUR/USD, GBP/USD ma soprattutto AUD/USD, NZD/USD e USD/CAD), il che significa che gli investitori stavano cominciando a dare più importanza alle vendite di dollaro (“dollaro centrismo”) piuttosto che all'appetito per il rischio, il che a sua volta denota come i rialzi avvenuti sulle borse americane ed europee in mattinata non abbiano attirato la totalità dei flussi di capitale (situazione del rischio ancora incerta, le partenze di storni non sono da escludere).

Il biglietto verde potrebbe non aver terminato la propria salita in vista del primo rialzo, e le vendite che si sono susseguite potrebbero essere ascritte all'interno di scenari di indebolimento potenzialmente temporaneo, dopo il quale potrebbe essere possibile valutare eventuali apprezzamenti del biglietto verde. Sul fronte borse, il fatto che l'S&P500 sia riuscito a riportarsi sopra quota 2,070.0 potrebbe essere indice di potenziali ulteriori ricerche di rendimenti (che non si trovano sugli obbligazionari) prima della partenza di storni più importanti dovuti a potenziali riallocazioni di rischio nei portafogli (dai listini agli obbligazionari).

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