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Matteo Germano: Perché serve un nuovo approccio alla diversificazione


Matteo Germano, Global Head of Multiasset Investiments, Pioneer Investments

Nell’attuale scenario di mercato caratterizzato da basse aspettative di rendimento su praticamente tutte le asset class, scarsa liquidità di mercato e dove le banche centrali stanno esaurendo le munizioni, la diversificazione tradizionale rischia di non essere efficace, proprio quando ce ne sarebbe più bisogno”, dice Matteo Germano, Global Head of Multi-Asset Investiments di Pioneer Investments. 

L’investimento multi-asset, ossia diversificato per classi di attivo, sta incontrando da alcuni anni il favore degli investitori e questo trend è destinato a continuare anche a causa dell’attuale situazione dei mercati finanziari che vede l’azionario su quotazioni mediamente elevate, e l’obbligazionario con rendimenti ai minimi storici. La domanda di un flusso di reddito regolare e costante non è mai stata così alta. Si pensi ad esempio al gap dei sistemi pensionistici in Europa, in particolare in Paesi come Spagna e Italia, che rende cruciale avere una fonte di reddito complementare durante il pensionamento. Con tassi bassi come quelli attuali, la ricerca di rendimenti interessanti porta inevitabilmente ad investire in asset più rischiose dove le valutazioni sono già piuttosto tirate. Inoltre, livelli di volatilità in apparenza più bassi rispetto al passato, si accompagnano sempre più frequentemente a picchi improvvisi. “Se aumenta la volatilità, aumenta la correlazione dei mercati e quindi bisogna agire su diversi fronti: da un lato ampliare il più possibile l’universo investibile ed avere a disposizione più strumenti, più mercati, più asset class; dall’altro diversificare in maniera più efficiente, non solo per asset class, ma anche per fattori di rischio e per processi”, spiega Germano. 

Si tratta evidentemente di un’attività complessa che deve fare i conti anche con l’ulteriore problematica del market timing, ossia di quando implementare una decisione, per evitare che la scelta di un momento sbagliato porti a compromettere anche un’allocazione corretta. “Per questo puntiamo molto all’analisi degli aspetti comportamentali nel processo decisionale e stiamo lavorando soprattutto su due elementi: l’hit ratio e il win/loss ratio. Non basta avere buone idee (hit ratio elevato), buoni analisti, buona ricerca ma è fondamentale la capacità di saper gestire le posizioni che hai in portafoglio e soprattutto la capacità di saper chiudere una posizione al momento giusto”. Avere un forte win/loss ratio vuol dire fare un buon consequence management sulla allocazione del rischio, non innamorarsi delle proprie posizioni ma saperle gestire in maniera efficiente e dinamica, anche chiudendo quelle in perdita per non compromettere la performance complessiva del portafoglio. 

Il target income

In Pioneer  Investments, oltre a lanciare periodicamente prodotti multi-asset a scadenza, cioè ‘one stop product’, che perseguono un obiettivo di distribuzione annuale su un orizzonte temporale di 5 anni, ci siamo focalizzati su prodotti target income che definiscono ogni anno il target di distribuzione che il gestore cercherà di conseguire e possibilmente superare. Tutti i comparti target income di Pioneer Investments hanno distribuito un provento per l’anno 2014 superiore all’obiettivo stimato ad inizio anno. Guardiamo al bisogno del cliente, quindi definiamo l’investmento target e poi ci spostiamo a valutare qual è il budget di rischio”, spiega Germano. “Con i livelli di rendimenti attuali e con bassa crescita economica bisogna individuare un ammontare di rischio necessario e sufficiente per massimizzare la probabilità di raggiungere l’obiettivo. Il secondo passaggio è quello della risk allocation, ovvero come andare ad allocare questo rischio”. 

La strategia di Pioneer Investments si basa su quattro pilastri che poggiano sul principio della coerenza tra l’investment target e i bisogni del cliente. In primo luogo esiste una global macro strategy , “ovvero la nostra visione del mondo” spiega Germano. Una volta selezionate 10-15 idee forti , viene coinvolto l’hedging group, composto da sei specialisti, il cui ruolo è quello di individuare i rischi legati a possibili eventi estremi, di coda, i cosiddetti tail risks, e proporre scenari alternativi. Questi specialisti gestiscono un book su tutti i portafogli, mappano i potenziali rischi e i loro impatti e danno indicazioni su quali sono i modi più efficienti per creare protezione.

L’obiettivo del macro hedging è quello di “comprare protezione nel caso si verificasse il fatidico ‘what if I’m wrong’, fondamentale nel nostro caso, vista l’elevata esposizione a clienti retail. È come l’assicurazione sulla macchina. In maniera sistematica andiamo ad individuare la protezione nel caso ci siano forti deterioramenti dello scenario di base”. Secondo Germano “nel mercato ci sono troppi fattori che stimolano la volatilità, attualmente molto bassa. È come un mare dove sotto ci sono fortissime correnti, come ad esempio le banche centrali, il rischio di credito, il debito eccessivo, la bassa crescita etc e dove se si alza il vento (ovvero volatilità) si generano onde molto pericolose ”. Sarà cruciale la gestione della liquidità: la probabilità di eventi negativi è molto alta, pertanto il ruolo dell’hedging è proprio quello di proteggersi nel caso di eventi estremi.

È quindi fondamentale saper diversificare con un approccio nuovo, differente . Il mare calmo di colpo potrebbe diventare molto mosso”, avverte Germano. Il terzo pilastro è costituito da strategie satellite, ovvero da strategie indipendenti relative value, gestite ognuna da team specifici, dove si sfrutta l’attrattività relativa tra asset class.  Infine, il quarto pilastro è la Selection Strategy, cioè le strategie di selezione dei migliori titoli e o fondi, nel caso dei fondi di fondi. Sono tutte strategie che dovrebbero funzionare indipendentemente dalla macro strategy e che consentono una diversificazione anche delle scelte decisionali e dei processi d’investimento. 

“Il problema è quello della interconnessione di fattori di rischio globali. La bassa correlazione tra l’equity e il fixed income è cambiata in maniera drammatica perché gli elementi sottostanti sono comuni. Se oggi si verificasse un problema geopolitico, azioni, obbligazioni e valute si muoverebbero all’unisono” spiega il manager. “Per diversificare veramente allora è meglio non puntare solo sulla allocazione fra diverse asset class ma piuttosto sulla diversificazione per fattori di rischio, tenendo conto che anche i fattori di rischio cambiano e vanno monitorati nel tempo. Si pensi per esempio al rischio geopolítico legato alla Grecia che condiziona ad esempio i titoli di stato, tipicamente più sensibili a variabili come l’inflazione o la crescita”. 

“L’obiettivo vero per un prodotto multi asset non è quello di fare super rendimenti in un anno, ma è quello di essere molto determinati a raggiungere l’outcome promesso al cliente. E l’unico modo per farlo è con un nuovo approccio alla diversificazione. Diversify, different è lo slogan per il nuovo contesto di mercato” conclude Germano.

 

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