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Matteo Cassina (Saxo Bank): "Fintech e gestione attiva, verso un futuro di convivenza"


Circa 2000 persone si sono date appuntamento nell’edizione 2017 della MoneyConf, un evento che per il secondo anno consecutivo si è tenuto a Madrid ma che l’anno prossimo si sposterà a Dublino. Si tratta del forum sul fintech più importante d’Europa in cui si sono riunite banche, piattaforme di investimento, startup fintech ed altre società tecnologiche legate al mondo della finanza. Fra i relatori dell’evento Matteo Cassina, head of global sales e membro del Global Executive Commitee di Saxo Bank. In un'intervista con Funds People, l'esperto in attività di investment banking e di trading elettronico, analizza lo stato del fintech in Europa e Italia, esprime il suo giudizio circa i roboadvisor e ripassa le ultime novità fintech dell’entità.

Facciamo il punto della situazione: il fintech europeo ha raggiunto un livello di sviluppo simile a quello anglossassone? E Come si posiziona l'Italia in questo settore? 

Per l’industria dei servizi finanziari il futuro è, di fatto, già iniziato. Queste parole non le ha declamate un illuminato guru del fintech ma il presidente di Consob, Giuseppe Vegas poche settimane fa.
Questa è la riprova che il fenomeno fintech non riguarda più alcune startup, più o meno di successo, o qualche lungimirante banchiere, ma rappresenta una vera e propria evoluzione del sistema di cui gli stessi regolatori sono pienamente consapevoli. Il fintech sta crescendo fortemente, soprattutto in Europa, dove oggi vive addirittura una crescita maggiore rispetto agli Stati Uniti. Purtroppo, in questo contesto di crescita, il mercato italiano è ancora indietro rispetto ad altri paesi europei e questo principalmente per due motivi: il settore finanziario è giustamente regolato ma anche il quadro normativo deve evolvere insieme con il mercato. In UK ad esempio, l’autorità concede la possibilità alle startup fintech di operare con una autorizzazione temporanea e offrendo i propri servizi ad un numero limitato di utenti così da valutare quale sia il regime autorizzativo più opportuno da applicare al servizio offerto. Questa ‘sandbox’ mi sembra un chiaro esempio di consapevolezza da parte delle autorità che l’attività di controllo deve evolversi insieme con i servizi che sono offerti sul mercato dai nuovi operatori. L’auspicio è che anche in Italia si possa vedere un regime autorizzativo che permetta di ‘incubare’ le nuove realtà ed evolvere con esse.
In secondo luogo, il settore dei servizi finanziari italiano è tuttora fortemente guidato dalla distribuzione, a sua volta governata dalle banche e dalle grandi reti di promozione finanziaria. Gli operatori indipendenti, in altri paesi i primi ad adottare la tecnologia per migliorare i servizi offerti alla clientela, occupano ancora un ruolo marginale. I grandi gruppi non sempre hanno la proprietà della propria infrastruttura IT, di fatto si avvalgono spesso di più outsourcer, e ogni evoluzione è laboriosa e quindi costosa.

Quali sono le società che, a suo avviso, stanno facendo meglio in questo settore?
Ma anche in Italia già oggi non manca qualche eccezione. Nel settore dei pagamenti, il primo a essere 'investito' dall’onda fintech e il primo a subire un’evoluzione del quadro normativo (penso alla PSD2 che definisce le banche soggetti abilitanti di terze parti), anche in Italia esiste qualche caso di successo tra le 150-200 nuove imprese identificabili come appartenenti al fintech. Nel settore del risparmio invece, che oggi nel suo complesso sembra ancora lontano dall’abbracciare le opportunità offerte dalla tecnologia, Moneyfarm rappresenta forse il caso di maggior successo. Un servizio tradizionale, di fatto una gestione patrimoniale, erogato agli utenti sfruttando ampiamente le nuove tecnologie a disposizione per migliorare la customer experience.
Ma lo scenario italiano sta per cambiare radicalmente. Sappiamo dalle numerose conversazioni con i principali operatori del mercato, che anche le grandi banche e reti di distribuzione, hanno sui propri tavoli dossier fintech. Il modello d’interazione con il cliente sta per cambiare, spinto verso il digitale dalle richieste dei 'nuovi utenti', dalla pressioni sui costi e anche dalle sempre più stringenti regole di compliance. Il digital wealth management - includendo un’ampia categoria di servizi che vanno dalla profilazione, al robo-advisory e robo-investing fino al trading online – permette, infatti, di soddisfare le richieste di customer experience personalizzata di chi ha ormai abbracciato l’era digitale, ridurre i costi della distribuzione portando valore al cliente e, attraverso processi codificati e più facilmente monitorabili, favorire i controlli sulla qualità/congruità dei servizi resi. Questo non vuol dire che si andrà a sminuire il peso della relazione nell’offerta di servizi finanziari. Capacità relazionale e tecnologia dovranno integrarsi e andranno a costruire quella personalizzazione del servizio che oggi noi tutti pretendiamo quando ci rivolgiamo a un fornitore. Ecco che le banche e le reti, come fornitori di servizi, presto integreranno la propria capacità di relazione con la tecnologia, quest’ultima a supporto della prima. I più veloci a fare questa integrazione avranno un grande vantaggio competitivo nel prossimo decennio in Italia.

Quali i mercati e le entità europee che si distinguono per il loro sviluppo nel fintech?
In Europa non ho visto nessun Paese che distacchi in modo netto sugli altri. In Italia c’è Fineco, in Spagna Bankinter e in Francia Boursorama, che hanno milioni di clienti e sono digitali da oltre 20 anni. Molti dei nuovi attori hanno applicazioni interessanti ma nessuno ha ottenuto moltissimi clienti e risultati incredibili.

All’interno del mondo fintech hanno fatto il loro ingresso i roboadvisor. Che possibilità di sviluppo hanno questi progetti all’interno del private banking?
Ci sono molti roboadvisors diversi: alcuni sono programmati per replicare gli indici ed altri sono gestiti da un gestore manuale. I roboadvisors facilitano la classificazione della clientela in modo digitale e credo che l'industria ci guadagnerà in termini di efficacia ed efficienza. Inoltre, anche i margini e i costi si riduranno, consentendo all'investitore di poter gestire meglio i propri investimenti ed essere in grado di passare da un prodotto all'altro in modo più rapido. Con tutto questo, saranno le società che generano alfa e rendimenti ad attrarre più soldi e non quelle che hanno la  maggiore catena di distribuzione, come ad esempio le grandi banche.

Comunemente il termine fintech è associato a bassi costi e a indicizzazione, oltre che a gestione passiva da una corrente importante di professionisti degli investimenti. Può convivere il fintech con la gestione attiva e costi più elevati?
Sì, senza dubbio. Tutto ciò che sia replicare un indice può essere fatto con le macchine, ma analizzare una società e i suoi fondamentali a lungo termine deve essere fatto da persone. Ci stiamo muovendo verso un futuro di convivenza.

Cosa sta facendo Saxo Bank in materia fintech e private banking?
Da oltre 15 anni abbiamo una piattaforma di open banking che ci permette di integrare la parte di mercato e capital market con la soluzione tradizionale di una banca commerciale. Inoltre, oggi, con Open API  tutto è più intuitivo e integrato. Siamo stati pionieri in questa tecnologia che ci ha differenziato dalle grandi banche, che hanno cominciato a investire in tecnologia solo negli ultimi anni.

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