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Le banche europee sono un’opportunità d’acquisto?


Il settore finanziario dell'eurozona mostra segnali di miglioramento mentre le banche stanno rafforzando la competizione attraverso un allentamento, più pronunciato delle attese, degli standard del credito verso risparmiatori e imprese. A dirlo è l’ultimo rapporto trimestrale della BCE sul credito appena pubblicato. “Si assiste anche a un lieve ammorbidimento dei criteri di concessione di prestiti da parte delle banche nell’area euro”, si legge. L’indagine, infatti, considera la quota netta delle banche che riportano inasprimenti attraverso il calcolo della differenza tra quelle rendono più restrittiva l’erogazione di credito e quelle che aprono i rubinetti del credito. Nel II trimestre del 2016 questa quota netta è passata da -6% a -7% rispetto al precedente trimestre. Questo significa che prevalgono le banche che concedono finanziamenti.

Le banche dell’eurozona stanno rafforzando ulteriormente la loro capitalizzazione e riducendo al contempo gli asset rischiosi “mentre la partecipazione delle banche al Tltro, il piano di acquisto degli asset della BCE, è principalmente trainata da motivi di redditività”. Non emergono, invece, segnali chiari rispetto a un possibile effetto negativo della Brexit sui prestiti e sull’attività delle banche europee, sebbene potrebbe essere ancora troppo presto per valutarlo. Ma questi sviluppi positivi segnalati dall’istituto che ha sede a Francoforte, però, non sono condivisi da tutti. Il QE della Bce, infatti, “continua a rivelarsi per i mercati e l’economia dell’area euro meno stimolante di quanto dovrebbe a causa di fondamentali debolezze strutturali”, spiega John Greenwood, capo economista di Invesco. “Non a caso, nelle aree dove le banche centrali stanno cercando di attuare un QE mediante i normali canali di creazione del credito del sistema bancario, ossia Giappone e zona euro, si riscontrano tassi d’interesse negativi, crescita inferiore alla media e quasi deflazione”, continua l’economista.

Secondo Greenwood, quindi, gli istituti “dovrebbero creare nuovi depositi o iniettare liquidità al di fuori del sistema bancario come hanno fatto la Fed e la Bank of England”. Sarebbe meglio “che la BCE evitasse le banche, anziché affidarsi a esse in una fase in cui sono gravate da bilanci compromessi”, afferma ancora senza mezzi termini. Inoltre sebbene i nuovi acquisti di obbligazioni societarie creino nuovi depositi a disposizione di entità non bancarie, “la parte più consistente del programma è ancora una volta concepita per funzionare attraverso la catena degli istituti di credito. La conclusione è che le banche continuano a dimostrarsi riluttanti a concedere finanziamenti mentre la semplice riduzione dei tassi d'interesse, anche in territorio negativo, non garantisce una crescita più rapida degli investimenti o dei depositi”, conclude Greenwood.

Per Marco Aboav, macro portfolio manager di MoneyFarm “i temi che hanno caratterizzato le banche europee sono tre: il primo tema è la compressione delle curve dei tassi che porta di conseguenza le banche a prestare a tassi più bassi impattando così la profittabilità, soprattutto nell’area euro. Il secondo è la presenza di prestiti deteriorati che gravano sui bilanci”. Sulla base dei dati di fine 2015 forniti dalle Autorità Bancaria Europea in Italia, questi crediti incagliati si attestano al 16,9% dei prestiti, in Portogallo al 18,5%, in Spagna al 6,8%, in Irlanda al 20,6%. Continua: “il terzo tema è legato alla profittabilità delle banche. Il ritorno sull’equity, una tipica misura per misurare la profittabilità delle banche, è lontano più del 50% dai valori pre-crisi. Inoltre non va dimenticato come la regolamentazione ha portato elevati costi di compliance che vanno a impattare gli utili”. Questi temi erano ben chiari prima del risultato del referendum in Inghilterra sulla Brexit ma l’esito a sorpresa ha aumentato la sfiducia verso il settore bancario europeo, con un calo dell’indice bancario europeo che ha toccato quasi il 23% nelle prime settimane post-Brexit.

“Tra le banche sotto i riflettori, MPS che ha perso più del 51% e Deutsche Bank, la più grande banca europea per asset, con il 28% di perdite. Il crollo delle banche europee da inizio d’anno a livello aggregato è stato quasi del 36%”. Siamo dunque di fronte ad un’opportunità di acquisto? Conclude l’esperto: “un utile indicatore per valutare se una società è a buon mercato è il rapporto prezzo su valore di contabile, che rappresenta il prezzo di mercato (quotazione) di un’azione e il valore del capitale proprio della società, risultante dal bilancio (valore di libro) per azione. Un valore al di sotto di 1 indica tipicamente un’azione a buon mercato. Le banche europee si aggirano intorno a un prezzo su valore di contabile dello 0,6 e quelle statunitensi dello 0,9. Ma in questo caso il “buon mercato” ha il sapore amaro dei crediti incagliati e di una crisi che difficilmente avrà fine senza l’intervento delle istituzioni europee”.

 

 

 

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