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Missione compiuta per Draghi, almeno per i titoli di Stato. Ma l'Italia quanto ha risparmiato?


A cinque anni di distanza dal famoso discorso di Draghi, si può dire che le promesse, almeno in parte, sono state mantenute. Nel 2012, la fiducia dei mercati nei Paesi periferici e nella sostenibilità del loro debito si era dissipata a causa dei timori relativi alla liquidità e alla ridenominazione valutaria. L’avversione al rischio si è tradotta in rendimenti più elevati che a loro volta hanno reso più difficoltoso il rifinanziamento del debito, dando origine a un circolo vizioso che solo la BCE era in grado di interrompere. L’impegno verbale di Draghi, il successivo taglio dei tassi e il Public Sector Purchase Programme (PSPP) avviato a marzo 2015 sono stati tutti fattori fondamentali per arrestare la tendenza al rialzo dei rendimenti dei Paesi periferici. Da allora i rendimenti sul debito periferico sono scesi drasticamente. L’Italia attualmente paga poco più del 2,2% per i prestiti decennali, un valore ben lontano dal 7,24% del novembre 2011 che era stato il più alto registrato dalla metà degli anni Novanta. La BCE ha pertanto compiuto la sua missione in termini di riduzione dei costi del debito pubblico a livelli sostenibili.

 

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"Negli ultimi 5 anni la BCE è stata, e continuerà ad essere, un player fondamentale nel mercato del reddito fisso europeo", ha detto Andrea Iannelli, investment director per l’obbligazionario di Fidelity International. "Per quanto i miglioramenti sul fronte economico possano giustificare una rimozione dello stimolo monetario, riteniamo che ciò avverrà in maniera estremamente graduale. Pertanto le obbligazioni europee rimangono un investimento interessante, che godrà del supporto della BCE più a lungo di quanto molti si aspettano".

Quanto ha risparmiato l'Italia sulla spesa per interessi sul debito?
In Italia, l’esborso per gli interessi sul debito pubblico ha da sempre rappresentato una delle voci più rilevanti della spesa statale. La marcata riduzione dei tassi di interesse sui titoli governativi ha permesso ai Paesi dell’eurozona di finanziarsi a condizioni più favorevoli rispetto a quelle degli anni precedenti. Secondo un'analisi realizzata da AcomeA SGR prendendo come riferimento il periodo che va dall’inizio della crisi (2008) fino al 2016, l’Italia ha speso cumulativamente circa 665 miliardi di euro (il 41% del PIL medio annuale) per pagare esclusivamente gli interessi sul debito. "Se i tassi d’interesse non fossero scesi così drasticamente a seguito delle parole di Draghi nel luglio 2012, l’esborso finale sarebbe stato ancora più oneroso. Per capire qual è stato il risparmio cumulato per effetto della riduzione dei tassi d’interesse, abbiamo tratto spunto uno studio di Bundesbank condotto sui Paesi dell'eurozona. Mantenendo costante il tasso implicito d’interesse al valore del 2008 (5,01%), l’Italia ha risparmiato cumulativamente circa 195 miliardi di euro (11,63% del PIL) sulla spesa per interessi. Nello stesso arco temporale, la Germania ha risparmiato di più (€ 247mld) ma meno in rapporto al PIL (7,9%)". Quest’apparente incongruenza è il risultato di un diverso livello e andamento del PIL nei due paesi. Dal 2008, il PIL tedesco è cresciuto del 22% attestandosi ad un valore pari a quasi il doppio del PIL italiano, spiegano dalla società milanese. "Nel frattempo, l’Italia è rimasta ferma al palo: nonostante un indebitamento più elevato, avvenuto a condizioni sempre più favorevoli, il PIL oggi è praticamente rimasto invariato ai valori del 2008.

Quali potranno essere le dinamiche sul mercato dei titoli governativi dell'area euro? Secondo Marco Sozzi, gestore obbligazionario dei fondi di AcomeA, l’avvio delle comunicazioni fatte dalla BCE sulla graduale riduzione del programma d’acquisto dei titoli, rende ancora più insicura la situazione dei titoli italiani i cui livelli di rendimento non riflettono adeguatamente i rischi derivanti dalla nostra situazione economica. 

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