La doppia valenza della discesa del prezzo dell’oro nero


La quotazione stabile sotto gli 80 dollari al barile del petrolio WTI, e poco sopra del Brent, comincia a pesare sul settore energetico delle società quotate in borsa ma ci sono anche alcune ipotesi di ripresa delle valutazioni. Vediamo innanzitutto quali sono le principali ragioni della discesa dei prezzi petroliferi: il calo della domanda, che secondo l’IEA (International Energy Agency) risulta straordinario data la stagionalità che al contrario vedrebbe un aumento delle richieste, con la riduzione in prevalenza da Europa e Cina; al secondo punto l’aumento dell’offerta: la ripartenza valutata marginale della produzione libica ha in realtà sovraccaricato il mercato del Brent, così come l’aumento della produzione Usa sul Wti; in terzo luogo la rivalutazione del dollaro USA che ha messo pressione a tutte le commodity.

Gli analisti si stanno convincendo che comunque i minimi di questi giorni possano riferirsi a un supporto da cui ripartire. Le loro ragioni per un prezzo del petrolio più alto si riferiscono a costi di produzione marginali intorno ai 75/85 dollari al barile e quindi ai prezzi di scambio attuali: le società hanno sospeso gli investimenti (capex) e iniziato a chiudere gli impianti con i costi più gravosi. Un altro tema rimane quello geopolitico con fronti aperti in Medio Oriente e le sanzioni russe per la crisi Ucraina; infine la debole domanda dall’Asia che potrebbe invertire la marcia. Uno dei temi di investimento riguarderebbe in questo momento le società energetiche dell’Est Europa che potrebbero essere riuscite a controbilanciare il calo del petrolio con la forte svalutazione del rublo. La stima di un calo di 10 dollari al barile del petrolio porterebbe a una discesa teorica dell’Ebitda del 12 - 14%, mentre il calo del 10% del rapporto Usd/Rub aiuterebbe a recuperare più dei 3/4 del margine operativo lordo perso dal calo dei 10$b del petrolio. Secondo gli esperti, “è evidente che per ogni azienda va valutata la forma di finanziamento, soprattutto qualora dipendesse da un credito in valuta estera divenuto più oneroso. Un’idea di investimento che sembrerebbe comunque limitata al breve termine, vista la volatilità dei mercati”.

Intanto l’Apec abbassa gli steccati. L’incontro dell’Asia-Pacific Economic Cooperation presieduto dal presidente cinese Xi Jinping può essere un buon momento per mitigare gli attriti politici e contrapporli ad una piattaforma commerciale comune che riprenda gli accordi bilaterali in corso e acceleri il libero scambio, un progetto tra grandi economie sviluppate ed emergenti. Che ci sia interesse lo si è visto dai partecipanti: il presidente USA Barak Obama, rappresentante della prima economia mondiale, torna in Cina dopo cinque anni dal presidente Xi Jinping, seconda economia, che a sua volta incontra per la prima volta il ministro Shinzo Abe, rappresentante della terza economia, quella giapponese. Al tavolo anche il presidente russo Vladimir Putin, che conferma gli impegni ai paesi asiatici sull’energia, e poi i rappresentanti di grandi nazioni come Corea del Sud, Canada, Messico, Australia, Tailandia, Malesia, Indonesia e altri minori, in totale 21.

Secondo gli analisti, “la partita APEC si contrappone all’iniziativa guidata dagli USA della Trans Pacific Partnership (TPP) di cui si attende l’adesione formale del Giappone e che la Cina vorrebbe in qualche misura frenare. Se quindi il quadro di politica monetaria è più trasparente, dopo le recenti iniziative delle banche centrali BCE, FED e BoJ, sul piano commerciale le sfide sono tuttora aperte”. Unico giocatore fuori dal campo è l’Europa, alle prese con la sua politica interna, e incerta sulla strategia comune di breve termine. Eppure il tempo passa e il resto del mondo sembra non aspettare. Dal punto di vista finanziario gli analisti rimangono convinti che “il Giappone sia un mercato azionario da privilegiare per i prossimi mesi sia per l’iniziativa della sua banca centrale, che per la strategia di politica industriale e commerciale del primo ministro Abe. Le stime vedono per le aziende nipponiche un aumento della profittabilità per il prossimo anno a due cifre anche in funzione dell’indebolimento dello Yen che crea vantaggi competitivi alle esportazioni, ma anche della realistica ripresa inflattiva che nonostante l’aumento della tassa sui consumi vede una ragionevole ripresa della spesa privata”.

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