La Cina è entrata di diritto nella guerra valutaria


La banca centrale cinese svaluta. Di nuovo. Lo yuan è sceso ieri ai minimi trascinando al ribasso altre valute asiatiche in un declino che non si registrava dalla crisi finanziaria del 1998. Dopo la mossa a sorpresa di martedì (una svalutazione del 2%), ieri la banca centrale cinese ha fissato il cambio di riferimento a un livello più basso di un altro 1,6%. Non che ne sia mai uscita, sia ben chiaro, ma la Cina, da due giorni è entrata di diritto all’interno del quadro di guerra valutaria dal quale gli unici a stare lontano sono Stati Uniti e Gran Bretagna, almeno in maniera ufficiale. “Con i primi che stanno vivendo un rafforzamento del dollaro che fino a quando dovesse mantenere i valori di cambio sopra 1.0500 contro euro non dovrebbe preoccupare più di tanto, vista la ripresa della domanda aggregata interna e con i secondi che hanno “ufficializzato” il ruolo di follower della Fed, a livello di normalizzazione di politica monetaria cercando implicitamente di impedire dei rafforzamenti eccessivi del pound prima del 2016”, commenta Matteo Paganini, capo analista DailyFX

Ma vediamo come sono andati i fatti. Dopo aver riformato il sistema di quotazione dello yuan a partire da luglio del 2005, fissando il proprio valore rispetto a un paniere di valute, l’altra notte si è deciso di svalutare il valore centrale di quotazione, rispetto al quale ci si può spostate del 2% a rialzo e del 2% a ribasso. Si è svalutato di circa 200 punti base rispetto alla chiusura della giornata precedente, in seguito a dati deludenti sul fronte export (-8.6% a luglio 2015). “I motivi sono riconducibili, in maniera ufficiale, alla riconduzione a valori di mercato più consoni della divisa cinese, vista anche la svalutazione che ha colpito le valute dei Paesi emergenti”, continua. E aggiunge: “ufficiosamente crediamo che possa essere una mossa non tanto alla ricerca di una svalutazione duratura nel tempo (la mossa è da considerare come singola) ma per trasmettere la mercato quel messaggio che tante volte abbiamo tentato di trasmettere agli investitori, ossia che la strada dello yuan non dovrà essere considerata soltanto a rialzo”.

Cambi fissi a lungo, ora che l’economia cinese sta cercando di internazionalizzarsi, senza la possibilità che il mercato definisca il valore di una divisa in base alla legge di domanda e offerta, hanno già insegnato al mondo a che scenari si può andare incontro (l’euro è l’ultima dimostrazione). “La Cina, da buona sorella minore delle economie più sviluppate, crediamo abbia imparato la lezione. Non escludiamo ulteriori tagli di tassi e ampliamenti della banda di oscillazione giornaliera nei mesi a venire”, conclude Paganini. Sta di fatto che se la svalutazione potrà frenare la fuga dei capitali e rianimare l’export, la mossa colpirà tuttavia il potere di acquisto dei consumatori cinesi su alcuni prodotti. La decisione delle autorità di Pechino arriva peraltro quando nella regione anche le monete dell’Australia, Corea del Sud e Singapore si sono deprezzate aumentando i rischi di una “guerra delle valute” che punti sulla svalutazione per rendere competitiva l’economia.  

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