La centralità della Fed


Dopo due settimane e mezzo difficilissime (il momento peggiore è stato durante la sessione di mercoledì scorso), è arrivata una chiara inversione di tendenza che ha regalato agli investitori un fine settimana meno angosciante dei due precedenti. I principali indici azionari sono riusciti a ridurre di più di un terzo le pesanti perdite di inizio anno. Che la si consideri una situazione bizzarra, come sostengono non pochi economisti, o che si provi a darne una spiegazione fondamentale (gli effetti importanti su una parte dell’economia emergente e US, oppure il fatto che la discesa del petrolio è centrale causa-effetto della perniciosa diminuzione della liquidità globale in dollari) è innegabile che la correlazione petrolio-risky asset sia altissima in questa fase. Il primo vero rimbalzo dell’anno sul greggio (un non trascurabile +18% dai minimi di mercoledì scorso ai massimi di martedì) si è infatti accompagnato alla prima correzione degna di tale nome degli indici azionari.

Non sarà comunque passato inosservato come il minimo comun denominatore di questa price action sia stato la ricomparsa di un po’ di ‘amore’ da parte delle banche centrali. Draghi ha promesso e Kuroda ha lasciato intuire che nuovo supporto arriverà presto se necessario. Il mercato non ci ha messo molto a riscoprire quella rassicurante sensazione positiva di una cavalleria sempre pronta a giungere in soccorso delle sue difficoltà. A un mercato ipervenduto e pessimista può indubbiamente bastare, almeno temporaneamente, di poter tornare a credere in ECB e BoJ ma chi ci legge con regolarità sa che ritengo, come molti altri, che un’unità di QE americano – o di altra misura accomodante – vale assai di più di quello proveniente da Europa o Giappone. La forza del dollaro è sempre rimasta un volano di trasmissione importante delle difficoltà che il mercato ha periodicamente mostrato negli ultimi trimestri, causa e sintomo al tempo stesso di quel circolo vizioso che vede in Cina e petrolio gli epicentri mediatici. Ed è ad un’offerta di liquidità in dollari che il sistema finanziario globale anela quando la spirale negativa che coinvolge materie prime, economie emergenti e poi, a cascata, molti altri mercati, rilancia il suo perverso funzionamento.

La liquidità proveniente da ECB e BoJ, considerata in isolamento, può certo essere d’aiuto agli asset finanziari nell’Eurozona e in Giappone. D’altro canto l’effetto che ha sull’indebolimento dell’euro e dello yen rispetto al dollaro contribuisce a ravvivare I meccanismi citati, con l’ulteriore aggravante, ora che le autorità cinesi hanno reso più esplicita l'intenzione di monitorare lo yuan rispetto a un basket di valute e non rispetto al solo USD, che la debolezza di euro e yen non può che implicare maggiori pressioni ribassiste sulla valuta cinese e preoccupazioni per la stabilità finanziaria della seconda economia mondiale.

Morale: difficilmente la disponibilità da parte di Draghi e Kuroda potrà, da sola, far tornare un clima più sereno. Bisogna guardare anche e soprattutto alla Fed, il cui ciclo di rialzi è ufficialmente iniziato a dicembre ma la cui azione di tightening è in realtà in atto ormai da più di 2 anni, con il famoso tapering del QE. Guarda caso, l’aria rarefatta per gli indici americani (S&P 500 > 2000) ha iniziato ad essere percepibile proprio con il decollo del dollaro a partire dall’estate 2014. Cosa deve succedere perché Janet Yellen e il suo comitato arrivino a dare un segnale chiaro che il ciclo di rialzi è sospeso indefinitamente o che, addirittura, si possa pensare a fornire maggior supporto monetario con nuovi tagli dei tassi (arrivando eventualmente a livelli negativi come è ormai prassi abbastanza diffusa) o con nuovi round di QE? Quanta volatilità (ribassista) dobbiamo vedere sul mercato finanziario e/o quanto deve peggiorare il quadro economico? Credo che sarà la risposta a queste domande che costituirà la principale bussola per orientarsi nelle prossime settimane e mesi.

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