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La BCE potrebbe favorire il miglioramento della solvibilità del debito italiano


La BCE il 3 dicembre “riesaminerà il livello di adattamento della politica monetaria”, dato che ci sono rischi al ribasso sia per la crescita sia per l'inflazione. In pratica, rafforzerà il quantitative easing. Le dichiarazioni di Mario Draghi sono state accolte con un brillante rialzo delle borse. Ne parla Andrea Orsi, deputy head of Italy, M&G Investments.

Draghi ha annunciato l’intenzione di ‘riesaminare’ il programma di quantitative easing della BCE a dicembre, un chiaro segnale che sarà con ogni probabilità esteso e aumentato. Dal punto di vista dell’asset allocation cosa pensa dell’Italia?

L’Italia è per noi, un mercato interessante sui cui essere investiti sia sulla parte azionaria sia su quella obbligazionaria, grazie alle riforme strutturali in essere che, supportate ulteriormente da una politica espansionistica della BCE, potrebbero favorire ulteriormente il miglioramento della solvibilità del debito italiano offrendo singole opportunità di investimento molto allettanti.

Ci può fare un esempio?

Sì, un azienda che ci piace è il gruppo Intesa Sanpaolo.

L’obbligazionario torna a riscuotere maggior interesse. Come vede il fixed income?

Siamo positivi anche su corporate bond, in particolar modo sulle BBB americane con lunga scadenza e sugli high yield a tasso variabile che offrono la possibilità di mantenere un posizionamento attivo sulla strategia del credito immunizzando il portafoglio da un rischio di rialzo dei tassi di interesse.

Qual è la vostra asset allocation?

In termini di portafoglio, prediligiamo sempre un’attenta diversificazione tra asset class in modo da sfruttare i vantaggi di azionario e obbligazionario. Considerando un portafoglio perfettamente bilanciato, il nostro portafoglio ideale potrebbe essere oggi composto da azioni per il 55% e da obbligazioni per il 45%. In particolare, nell’ambito azionario, l’Europa resta relativamente più allettante dell’azionario USA in termini di valutazioni (ed in particolare Germania, Italia e Spagna dove vediamo un miglioramento degli utili attesi nelle aziende).   

In generale, che approccio andrebbe adottato in questa fase?

Riteniamo fondamentale adottare un approccio d’investimento dinamico e orientato all’individuazione di ‘episodi’ comportamentali, ovvero situazioni in cui le valutazioni sui mercati vengono trainate da reazioni emotive eccessive da parte degli investitori: in questi contesti si possono infatti creare ottime opportunità di investimento. 

Attualmente gli investitori stanno affrontando un momento d’incertezza, in primis a causa della Cina. Potrebbe peggiorare?

Sì. Tra le cause che hanno generato questo sentiment, sicuramente troviamo il rallentamento della crescita cinese e il suo impatto sul mercato. Di pochi giorni fa, il dato sul PIL cinese che si attesta a 6,9%, quindi superiore alle attese. Tuttavia, in questo momento, diffidiamo dei dati comunicati dalle autorità centrali cinesi. Crediamo infatti che ci sia stato un effettivo rallentamento in termini di PIL e, se guardiamo a indicatori quali la produzione di energia elettrica, il traffico ferroviario oppure le attività di prestito erogate dalle banche, siamo dell’idea che la contrazione sia molto più consistente di come sembra, con il rischio che possa peggiorare.

Quindi c’è il rischio dell’effetto contagio?

Crediamo sia fondamentale capire se questo rallentamento cinese potrà intaccare i livelli di crescita a livello globale: secondo noi, le aree sviluppate quali gli Stati Uniti, il Regno Unito e l’Europa presentano dei fondamentali guidati da livelli di crescita di domanda interna sostenuti tali per cui non pensiamo che si possa verificare un effetto contagio. 

Parliamo di tassi di interesse…

Gli occhi sono puntati sulla Fed: a nostro avviso, anche il rallentamento cinese potrebbe essere uno dei fattori guardati dalla Fed per valutare quando rialzare i tassi, anche se non si tratta certamente del driver principale. Il primo segnale reale che potrebbe portare a un intervento della Fed sui tassi è la crescita salariale: la frenata della Cina porterà a un calo dei prezzi delle materie prime e questo consentirà alle imprese americane di avere costi di produzione più bassi aumentando la produttività. Inoltre, in un contesto di piena occupazione, le  persone in cerca di lavoro avranno piu’ possibilita’ di trovarlo, conseguendo nel contempo un possibile incremento del reddito come premio al cambiamento del posto di lavoro. Tutto ciò si tradurrà in una possibile pressione sui prezzi il cui risultato sarà il rialzo dei tassi da parte della Fed.

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