L'unica certezza


Il risultato del referendum greco ha aperto nuovi scenari per il futuro dell’Eurozona, che però nessuno al momento conosce: siamo in un territorio inesplorato, come ha detto qualcuno, il che significa che è difficile persino immaginare come possa evolvere la vicenda. Sappiamo solo che il debito greco è molto probabilmente insostenibile e che non c’è riforma o austerity che possa permettere a questo paese di far fede in tempo e in toto ai propri debiti. Sappiamo anche che da parte dell’Europa questa situazione è nota e che nelle varie proposte di “salvataggio” arrivate da IMF, ECB o Commissione sono previste forme di posticipo dei pagamenti, riscadenziamento del debito o strategie simili in cambio di riforme che permettano al paese di uscire da questa vicenda con un sistema fiscalmente sostenibile.
 
Quello che non sappiamo e non riescono a fare in modo tecnicamente inappellabile neppure gli economisti che lavorano a questa trattativa, è come si possano calibrare le riforme e i piani di salvataggio in modo da ottenere l’implementazione delle riforme senza regalare troppo (come vuole la Troika) e senza morire di austerity (come teme il popolo greco). La vicenda è intrisa di ideologie varie, non solo a livello politico ma anche da parte degli economisti o tecnici che dir si voglia. Una lezione di questa crisi, purtroppo, è che l’economia non riesce ad essere una scienza esatta, perché è difficile dimostrare la falsità di un punto di vista, l’erroneità di un approccio. Solo il tempo potrà dire chi avrebbe avuto ragione, ma è bene ricordare che gli economisti stanno ancora dibattendo su cause, colpe ed errori che hanno portato alla Grande Depressione degli anni ‘30.
 
Che i debiti si debbano pagare è un valore fondante del nostro sistema economico, come lo è la proprietà privata, dai tempi del Vecchio Testamento. Il debito di un soggetto è però il credito di un altro: un credito concesso a una persona insolvente (o truffaldina, come qualcuno sostiene dei ministri delle finanze della Grecia negli anni ‘90) può essere un errore anche del creditore. Uno dei punti di forza del sistema americano è una gestione veloce ed efficace dei fallimenti che riconosce responsabilità e quindi perdite sia ai creditori sia ai debitori, senza accanimenti punitivi o lungaggini che fanno male al sistema. I ritardi e gli errori della vicenda greca sono da attribuire ai greci ma anche alle istituzioni europee e all’incapacità di chi le guida di gestire un fallimento e di accettarlo, al punto che questi aspetti non sono neppure discussi nei trattati dell’Unione. 

Per gli investitori la conseguenza dei fatti di questi giorni è la presa di coscienza che l’Eurozona resta una realtà non matura, che l’Euro è una valuta zoppa e che si devono abituare a fasi come queste in cui si resta sospesi nell’attesa di summit decisivi e si seguono maratone elettorali che sembrano sempre l’anteprima di chissà che colpo di scena. Il rally dei mercati europei nell’ultimo anno poggiava sull’idea di un semplice “ritardo” rispetto agli Stati Uniti. Ma la differenza tra le due aree torna ad avere ragioni più profonde. Il premio per il rischio per chi investe in Eurozona in questi giorni sta salendo: le azioni sottoperformano quelle americane, i titoli di stato periferici pagano interessi maggiori e lo stesso dicasi per i titoli societari. Comprare titoli di stato tedeschi aiuta, forse, ma se il clima economico nell’Eurozona ritornasse nel circolo vizioso del 2011-2012 non è così certo che si tratti del posto più sicuro dove parcheggiare i risparmi.
 
La vicenda greca è “contabilmente” circoscritta, ma ha significati economici e finanziari importanti. Anche se un default e/o una grexit riuscissero ad essere gestiti degnamente nel corso dei prossimi summit, resterà nella mente degli investitori il ricordo di questi giorni e si tradurrà in un premio per il rischio strutturalmente maggiore associato alla parola Euro.

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