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Quando i costi complessivi pesano troppo (sui fondi comuni)


La raccolta di fondi caratterizzati dalla presenza di costi direttamente imputati agli investitori è significativamente cresciuta negli ultimi anni. A dirlo è lo studio “I costi totali dell’investimento in fondi comuni” pubblicato da Bankitalia. I quattro analisti ed esperti in statistica che firmano il report (Giorgio Albareto, Giuseppe Cappelletti, Andrea Cardillo e Luca Zucchelli) presentano una stima del costo complessivo dell’investimento, cioè quello che rispetto al TER comprende anche i costi direttamente sostenuti dal sottoscrittore: commissioni d’ingresso e di uscita. Costi che aumentano considerevolemente con l’introduzione nel mercato italiano dei fondi a scadenza, dove gli oneri di rimborso sono particolarmente elevati nel caso di vendita delle quote prima della scadenza.

“La stima del costo complessivo (TSC)”, spiegano gli esperti, “risulta particolarmente rilevante a seguito della recente forte crescita della raccolta dei fondi a scadenza. Tra il 2013 e il 2015 oltre il 40 per cento della raccolta lorda realizzata dai fondi comuni aperti era riconducibile ai fondi a scadenza; la diffusione di questi fondi riflette anche la loro maggiore convenienza per le reti distributive rispetto ad altri strumenti finanziari (polizze assicurative, titoli strutturati, obbligazioni), in quanto il pagamento delle commissioni alla rete distributiva avviene interamente al momento della sottoscrizione delle quote. A partire dal 2013 la quota della raccolta lorda dei fondi con commissioni di sottoscrizione o di vendita, di cui fanno parte i fondi a scadenza, è stata superiore al 50 per cento del totale della raccolta dei fondi comuni”.

L'erosione del rendimento 

Lo studio non si ferma solo a questa evidenza ma fa una stima del TSC dei fondi a scadenza e degli altri fondi negli ultimi dieci anni. Il risultato evidenzia come, dal 2006 al 2016, tale costo è stato in media pari all’1,58% del patrimonio complessivo dei fondi (1,75% a fine 2016). Dopo il calo registrato dal 2007 al 2012, il peso delle commissioni è tornato a crescere nel 2012, sospinto dalla diffusione dei fondi a scadenza e ha riguardato sia il TER che il TSC. Un incremento, dicono sempre gli esperti, che è stato particolarmente rilevante nel 2016, con un incidenza superiore al 10% del TSC. Crescita che però non è stata compensata dal un calo delle commissioni di gestione.

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In questo senso l’incidenza sul rendimento è crescente : “se si sottraggono i costi direttamente e indirettamente sostenuti dagli investitori il rendimento dei fondi comuni aperti si riduce in media dal 3,5 al 2%”, affermano gli analisti di Bankitalia. “Gli oneri sostenuti direttamente dall’investitore sono risultati una componente rilevante dei costi totali a partire dal 2012, in corrispondenza della diffusione dei fondi a scadenza”, ribadiscono. Insomma, in base ai risultati preliminari, la presenza di commissioni di sottoscrizione e vendita riduce l’elasticità delle sottoscrizioni e dei riscatti ai rendimenti.

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A ciascun fondo, il suo costo complessivo

Il report si sofferma anche sul peso del TSC in base al tipo di fondo. Secondo i dati di bilancio delle SGR, le commissioni a carico dell’investitore sono più rilevanti per i fondi bilanciati, per quelli obbligazionari e per quelli flessibili. Per questi tipi di fondi la quasi totalità della raccolta ha riguardato fondi che avevano commissioni di sottoscrizione e rimborso, indicando una netta preferenza degli investitori per tale tipologia. Anche l’andamento del TSC varia a seconda del tipo di fondo; nel 2016 è aumentato per i fondi obbligazionari e monetari, mentre è diminuito per gli altri tipi di fondi.

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