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L'importanza di chiamarsi Banca Centrale: cosa succederà a dicembre?


Le due prossime settimane si prospettano interessanti per gli investitori. Per cominciare giovedì ci sarà la riunione mensile della BCE e ci si aspetta che Mario Draghi si pronunci sul formato attuale del QE, dopo aver lasciato intendere nello scorso vertice di ottobre di voler ampliare la durata o la quantità di acquisti di asset, se necessario, per migliorare il livello d'inflazione nell'Eurozona. "Negli ultimi giorni molti membri del consiglio come Mario Draghi e Peter Praet hanno sottolineato ancora una volta le loro preoccupazioni sulla debole crescita economica nei mercati emergenti e sulla lenta ripresa e sull'inflazione dell'Eurozona, nonostante gli stimoli momentari e i bassi prezzi dell'energia.

È probabile che questo si rispecchi nelle nuove proiezioni macro", dicono da Allianz Global Investors. Gli esperti della società di gestione avvertono sul "pericolo di una perdita di credibilità, associata ad un fallimento prolungato del target d'inflazione del 2% per la stabilità dei prezzi della BCE, che sembra aver acquisito una grande importanza per i banchieri centrali." Ricordano inoltre che "le aspettative del mercato sono alte", riferendosi al fatto che si è già dato per scontato che prima o poi la BCE annuncerà un ulteriore ciclo di QE. Per Allianz Global Investors "qualcosa come un'ulteriore riduzione dei già negativi tassi sui depositi di almeno 10 punti base e un aumento di almeno 10 miliardi di euro in acquisti mensili - probabilmente sarebbe interpretato dagli operatori di mercato come un'amara delusione". "La reazione dei mercati dipenderà da quello che farà la BCE rispetto a quelle che sono le attese: un altro allentamento quantitativo potrebbe, presumibilmente, portare a un rally, anche se la difficoltà sta nel capire proprio quanto durerebbe questo rally. In realtà, è anche altrettanto probabile che la BCE non opti per un'estensione delle politiche di quantitative easing, cosa che deluderebbe sicuramente il mercato", aggiungono dal team retail fixed interest di M&G Investments

Anche gli esperti del team multi-asset di Pioneer Investments hanno presente il rischio di un fallimento della politica monetaria, anche se secondo loro a contribuire è la mancanza di sincronia tra le banche centrali. Al possibile messaggio dovish della BCE aggiungono i recenti tagli dei tassi di interesse e il ratio delle riserve bancarie del Banco Popolare della Cina. La Banca del Giappone poi, benché abbia mantenuto il ritmo attuale del proprio QE, ha rinviato il suo obiettivo del 2% d'inflazione alla seconda metà dell'anno fiscale 2016. A tutto questo va aggiunto il possibile aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti il prossimo 16 dicembre, in particolare dopo le ultime minute della Fed. Da Pioneer considerano che questo fattore, insieme coi preparativi in Cina per il prossimo piano quinquennale ci dicono che "il processo di transizione sta avanzando nonostante gli ostacoli". Secondo la SGR "nonostante tutti i rischi strutturali rimangano sulla scena - il rischio che la Cina deragli durante la transizione, l'elevato livello di leverage soprattutto nei Paesi emergenti, le difficoltà incontrate dalla Fed nel costruire una exit strategy - i motori di un trend rialzista congiunturale rimangono accesi". Per il team multi-asset di Pioneer, questi driver sono le condizioni finanziarie lassiste, i bassi prezzi del petrolio e la graduale normalizzazione delle politiche fiscali, in particolare in Europa, che continueranno anche nel 2016.

Il dilemma della Fed

Il terzo avvertimento sulla necessità di fare attenzione nei prossimi mesi arriva da Philippe Waechter, capo economista di NAM, una filiale di Natixis Global AM. L'esperto è preoccupato per il calo del commercio internazionale e l'assenza di una locomotiva della crescita globale "Non si può aspettare una forte e duratura spinta dall'esterno. Questo è un problema per i Paesi sviluppati, perché l'Europa non può aspettarsi un ambiente economico più forte per convergere verso un profilo di crescita più elevato. È anche sbagliato per i Paesi emergenti", osserva. A ciò si aggiunge una seconda conseguenza, "la crescita dipenderà principalmente dalla domanda interna". Ciò implica per Waechter che "in questo periodo debole, le politiche economiche resteranno accomodanti per un periodo prolungato di tempo". Cioè "ogni Paese o regione dovrà concentrarsi sulla propria domanda interna per crescere rapidamente". Per tutte queste ragioni l'economista non crede che "un aumento dei tassi da parte della Fed sia una buona idea per l'immediato futuro". Per quanto riguarda i possibili movimenti della BCE, l'esperto avverte che forse il QE si estenderà oltre il 2016 e che, nel frattempo, le politiche fiscali dei singoli Paesi "non freneranno i comportamenti privati". "Abbiamo bisogno di un maggiore coordinamento delle politiche economiche". 

Gli ultimi a parlare sono gli economisti di UBS AM Joshua McCallum e Gianluca Moretti, che si concentrano sui dati macro degli Stati Uniti, stanno guardando da vicino la Fed per poter prendere una decisione sui tassi d'interesse. In primo luogo analizzano i tassi d'occupazione, uno dei parametri favoriti di Janet Yellen: "In particolare, è migliorata quasi di pari passo con la disoccupazione. Pertanto, chi non cerca lavoro è ugualmente occupato, il che significa che è improbabile che possano riagganciarsi alla forza lavoro semplicemente perché è più facile ottenere un lavoro. Questo significa che il basso tasso di disoccupazione è in realtà un buon indicatore del riordino del mercato lavorativo".

Per quanto riguarda i salari, che non sono aumentati così tanto da generare inflazione, gli economisti rilevano che "c'è sempre stato un ritardo abbastanza grande tra un mercato del lavoro rivisto e i salari". Vale a dire, che "i salari tendono a regolarsi solo l'anno dopo, perciò molti degli aumenti deriva da chi cambia lavoro, ma non è realmente sufficiente per cambiare di molto la media statistica". Per questo, McCallum e Moretti credono che "anche se per i banchieri centrali sarebbe bello attendere un'inflazione e una crescita dei salari più evidente, questo significherebbe arrivare troppo tardi".  Inoltre, analizzando il comportamento storico della Fed, i due economisti concludono che non si è mai comportata in questo modo: "Negli ultimi tre cicli, la Fed ha iniziato ad alzare i tassi un anno prima che cominciassero ad aumentare i salari".

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