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L'importanza dei dati per gli investimenti socialmente responsabili


Fin dal 2006 studi e ricerche ne hanno parlato a iosa. E l’attenzione si è focalizzata su questo settore: i fondi socialmente responsabili. A oltre dieci anni dalla nascita dei principi per gli investimenti sostenibili delle Nazioni Unite, il numero degli aderenti si è centuplicato: 1600 firmatari per masse in gestione pari a 62.000 miliardi di dollari. Tre i motivi, secondo Lou Maiuri, executive vice president e responsabile di State Street Global Exchange e State Street Global Markets, di questa crescita esponenziale “in primis i cambiamenti regolamentari, come la regolamentazione del dipartimento del lavoro degli Stati Uniti d’America del 2015 sull’ESG nei piani dell’ERISA, hanno ridotto le limitazioni per i fondi pensione che desiderano incorporare parametri ESG nei loro processi. Inoltre, la direttiva europea sul non-financial reporting ha richiesto a 6.000 società di documentare ogni anno le loro informazioni in merito ai criteri ESG a partire dall’inizio del 2016. In secondo luogo un crescente numero di studi ha dimostrato la relazione positiva esistente tra i fattori ESG e le performance finanziarie della società, a sostegno della teoria secondo la quale i criteri ESG migliorano i risultati finanziari delle imprese. Infine il settore ha compiuto notevoli sforzi per sviluppare gli standard largamente richiesti dalle società, per rendere misurabili e documentabili le performance legate ai fattori ESG”.

Insomma il mercato sostenibile prende sempre più quota, eppure non tutti sembrano esserne d’accordo. È quanto emerge dall’ultima ricerca condotta proprio da State Street, che evidenzia ancora delle perplessità tra gli investitori, dovute prima di tutto all’assenza di dati standardizzati e di buona qualità. “Quasi due terzi (il 60%) degli investitori istituzionali ha citato la mancanza di standard per misurare la performance dell’ESG quale una delle principali fonti di preoccupazione, e più della metà (53%) ha evidenziato come una delle principali fonti di preoccupazione sia la carenza di dati disponibili in merito alle performance delle società in relazione ai criteri ESG”, dice l’esperto.”Il tutto è abbastanza comprensibile in quanto, anche se le società producono report sulla sostenibilità – e la maggior parte già lo fa - diventa poi difficile per gli investitori trovare numeri concreti su quali tematiche ESG le società ritengono importanti per gli azionisti rispetto agli altri stakeholder. A questo proposito, il 92% degli investitori chiede che le società identifichino e documentino le questioni sostanziali legate all’ESG che ritengono rilevanti per l’impatto sulla propria performance finanziaria. Ad ogni modo, questa carenza di dati contribuisce direttamente a creare un elevato livello di incomprensione in merito alle strategie ESG in generale e più in particolare per quanto riguarda la loro integrazione”.

In buona sostanza, secondo il report della società di gestione, è vero che la sostenibilità è diventata un fattore importante per gli investitiori e i propri portafogli, ma serve una vera e propria integrazione dei fattori ESG, basata essenzialmente sui dati. “La completa integrazione dei criteri ESG non può avvenire quando c’è una grande linea di divisione tra i gestori di portafogli settoriali, gli analisti che si occupano solo di analisi finanziaria e un gruppo separato - solitamente di dimensioni ridotte - di analisti ESG che gestiscono le deleghe di voto e cercano di influenzare le decisioni degli operatori del settore”, afferma Maiuri. “L’integrazione ESG necessita di un forte grado di internalizzazione dei relativi fattori da parte degli specialisti del settore e richiede anche la creazione delle competenze necessarie. In altre parole, i criteri ESG devono diventare parte integrante della cultura e della strategia di investimento delle società”.

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